RAAM 2007

Riflessioni sull’efficacia

1. La notte

In una giornata si possono vivere i terrori dell’inferno; di tempo c’è n’è più che abbastanza. (1937) Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, Adelphi, Milano

È passata la notte. È freddo. Quanto freddo quest’anno. Ora non nevica come ieri, ma è come se il suo freddo arrivasse fino a qui e si andasse a sommare al gelo della stanchezza e della delusione. Tutti dormono o si stanno per svegliare; comunque, sia come sia, facciamo silenzio: tutti. Dove siamo? I miei occhi quasi faticano a riconoscere alla luce del giorno un luogo all’altro capo del mondo, di cui l’anno prima hanno solo intravisto le sagome dei corpi che lo popolano, imponenti silos per la raccolta del grano; è la pelle, piuttosto, che riconosce quel posto, battuto dal vento incessante. La mente va con la memoria a quella notte di un anno prima: io e Tatiana sospinte dal vento alla ricerca di un telefono per registrare un passaggio, mentre altre persone dell’equipaggio aspettano di segnalare al van una svolta. Poche ore fa eravamo fermi non molto lontano da qui, su una strada piccola e quasi dritta, che corre in mezzo a una distesa inimmaginabile di campi, e oggi la mente associa anche quel luogo alla memoria di un momento della RAAM dell’anno prima, quando con Marco siamo partiti da lì seguendo un ufficiale per trovare un fusibile. Anche nella memoria di quest’anno associo a quei luoghi una telefonata. È stata una telefonata molto diversa, però.

Sssst, silenzio … Eccole: le mie parole risuonano ancora nel mio orecchio, un rumore di sottofondo che permane inalterato dal 13 giugno a oggi: “Sono il capo equipaggio di Fabio Biasiolo, Solo Rider numero 193. Chiamo per comunicare il nostro ritiro dalla RAAM 2007”. Come in una sinfonia stonata, si fanno avanti altre voci, a turno, nel mio orecchio: “Come?! … Sì, sì … ho capito … un attimo, però, le passo un ufficiale …”, e l’ufficiale si fa ripetere tutto: “Sono il capo equipaggio di Fabio Biasiolo, Solo Rider numero 193. Chiamo per comunicare il nostro ritiro dalla RAAM 2007”, e a sua volta l’ufficiale mi dice di attendere in linea perché mi passa il direttore di gara, e io ripeto di nuovo: “Sono il capo equipaggio di Fabio Biasiolo, Solo Rider numero 193. Chiamo per comunicare il nostro ritiro dalla RAAM 2007”. Tace e fa pausa per qualche secondo. Non è per niente cosa facile ufficializzare il ritiro di Fabio Biasiolo dalla RAAM. Finalmente capisco che il silenzio dall’altro capo del telefono non è dovuto al fatto che io non mi sono espressa bene in inglese, bensì all’incredulità: perché fermarsi quando si è quinti, con un distacco di più di 13 ore dal sesto, a 3 ore e 50 dal quarto, a 7 ore dal primo in classifica? Perché fermarsi quando si hanno buone medie di velocità? Perché fermarsi quando il deserto, a differenza di altre volte, ti ha accolto con benevolenza e non ti ha fatto perdere tempo? Perché quel ciclista, che è stato visto correre in buona forma fisica, vuole fermarsi proprio nel tratto del percorso che, notoriamente, è sfruttato da lui per rimontare? Perché decide di ritirarsi quel ciclista che è alla sua undicesima RAAM e che, a prescindere dal risultato finale, se la porterà a termine, sarà il secondo ultracycler al mondo ad aver percorso più miglia nella sua carriera in RAAM? Il direttore di gara mi incalza: “Sara, ascolta, … ho capito le vostre intenzioni, ma parlatevi ancora tu e Fabio … prendetevi ancora del tempo … lo sai che, per come sta andando la gara, potete prendervi ancora un po’ di tempo … richiamatemi più tardi …”. Mi volto verso Fabio: “Dice …”, ci guardiamo, ma non mi ricordo se lui mi risponde: “ Sara …”, o forse non serve nemmeno, perché riesco a leggere cosa mi sta dicendo nella sua mente. Parole simili a quelle dettemi in Slovenia, alcuni mesi prima. Il resto lo rifletto e lo dico io. Torno al telefono: “La sto chiamando per comunicare una decisione presa”. Tace e fa pausa ancora per qualche lungo secondo, che io cerco di colmare pregando dentro di me che non mi faccia ripetere ancora: “Sono il capo equipaggio di Fabio Biasiolo, Solo Rider numero 193. Chiamo per comunicare il nostro ritiro dalla RAAM 2007”.

“Avete bisogno di un medico?”, “No, grazie, riusciamo ad arrangiarci da soli”. Se esistesse un medico dell’animo, però, avremmo avuto certamente bisogno di lui. Non penso a uno psicologo, che con le sue teorie pseudo-scientifiche, si presenti con modelli di sanità che vanno forzatamente applicati alle persone, perché i loro comportamenti e i loro pensieri si adeguino a un ideale scelto come giusto e opportuno, senza più interrogare la realtà che si ha davanti. Non sto nemmeno pensando a un religioso, a cui troppo spesso e con troppa facilità affidiamo la cura di noi stessi – due Ave Maria, un Padre Nostro, l’Atto di dolore … ok, ora sei come nuovo, vai - , sollevandoci dal difficile compito di scegliere per noi e lasciandoci adeguare anche qui, invece, a un ideale prestabilito, senza chiederci: perché?, cosa vuol dire?, cosa comporta ciò per me e per gli altri? Non sto pensando all’anima degli psicologi o a quella dei preti, pur riconoscendo a entrambe le categorie un’importanza e un peso enormi nella nostra struttura sociale; sto pensando all’animo di ciascuno di noi, quello di cui ciascuno di noi dovrebbe avere sempre cura, che si sia malati oppure sani, quello che andrebbe conosciuto e coltivato pazientemente, faticosamente, attimo dopo attimo. Da due anni ormai organizzo questa gara e durante gli incontri con l’equipaggio ripeto sempre che, a fronte dell’organizzazione che può essere più o meno minuziosa nel cercare di prevedere ogni possibile difficoltà per neutralizzarla, ciò che è importantissimo tenere presente è che l’imprevisto la fa da padrone in gara. Dicendo questo ho sempre creduto che gli imprevisti più difficili da gestire venissero dall’esterno, che chi chiamo enfaticamente il “nemico” venisse dall’esterno, essendo quelle che nel regolamento vengono chiamate “situazioni contingenti” (un ponte bloccato, un terremoto, un incidente che blocchi la strada per ore, ecc. ecc.). Dopo tre anni di RAAM posso dire che gli imprevisti più pericolosi sono quelli che vengono dall’interno di quell’entità unica che è il ciclista con il suo equipaggio: sono le smagliature dell’animo che trascuriamo quotidianamente quelle che in gara si lacerano, mentre quelle di cui abbiamo avuto cura, che abbiamo osservato e saggiato quotidianamente, quelle che conosciamo, non cedono e anzi possono assottigliarsi, quasi ricostituire la trama ferita. Le profondità dell’animo insondabili – forse … - negli incontri pre-gara sono l’incognita più pericolosa nel gestire la gara: da lì arrivano i problemi. La dissimulazione di paure, ansie, difficoltà, speranze, sogni riposti in quei giorni, è il nostro peggior nemico.

A sei mesi di distanza da quella sera, per me la notte non è passata e non credo che passerà più ormai. Non lo dico con amarezza o con risentimento, però, perché capisco e so che l’unica risposta vincente alla situazione era e resta il ritiro. Nello stesso regolamento della RAAM, in apertura, si ricorda che la sicurezza è la condizione principale da rispettare in gara e si sottolinea come essa sia compito e del ciclista e dell’equipaggio. La garanzia di questa condizione preliminare non era attuabile, quindi, è stato vincente decidere di ritirarsi. Quando dico che la notte non è passata e che credo che questa notte non passerà più penso a una poesia che mi ha inviato un caro amico giapponese per l’anno nuovo: la poesia vuole far riflettere sul fatto che sempre, in qualche parte del mondo, c’è un’alba che sta nascendo, una sveglia che suona, un buongiorno che si pronuncia; fuor di metafora: ovunque e sempre la speranza si rinnova, anche quando siamo al buio e non crediamo più in essa. Eppure c’è anche un altro fatto, mi verrebbe da dire pensando all’esperienza della RAAM 2007: sempre, in qualche parte del mondo, c’è una notte che ti insegna a vedere con occhi diversi la forma delle cose; fuor di metafora: ovunque e sempre un insegnamento doloroso si rinnova, anche quando siamo sicuri che l’intensità della luce abbia sconfitto il buio. Non voglio che in quanto dico, però, passi un messaggio negativo, perché l’intento è proprio un altro. La RAAM 2005 mi ha insegnato che, se non siamo noi a limitare le nostre possibilità, possiamo anche scoprirci capaci di quanto non avremmo mai immaginato; bisogna accettare la sfida dell’ignoto, però, e sapersi affidare ad altri. La RAAM 2006 mi ha insegnato la determinazione nel perseguire un obiettivo anche quando sembra che tutto ti stia abbandonando, che gli dei ti abbiano abbandonato. La RAAM 2007 mi ha insegnato la complessità dell’animo umano e la complessità delle esperienze: il loro essere concatenate come il giorno alla notte e il non aver paura che sia così, il non viverlo come qualcosa di precario, ma come una ricchezza con la quale imparare a convivere. Ho disimparato l’ottimismo ingenuo, che dice che andrà sempre tutto bene perché i presupposti sono in linea di massima buoni, ma ho imparato l’ottimismo scaltro, l’ottimismo di un pensiero che si pone il problema di cosa sia l’efficacia.

Anche per il pensiero c’è un tempo per arare e un tempo per mietere. (1937) Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, Adelphi, Milano

2. Situazione portante

Se questa pietra adesso non vuole muoversi, se si è incastrata, smuovi prima altre pietre attorno a essa. Vogliamo metterti sulla giusta strada solo se la tua carrozza sta storta sulle rotaie. Andare, dovrai poi da solo. (1940)

Raschiare via l’intonaco è molto più facile che smuovere una pietra. Ebbene, va fatta la prima cosa in attesa di poter fare la seconda. (1940)

Non si può condurre gli uomini al bene; si può condurli solo da qualche parte. Il bene è al di fuori dello spazio dei fatti. (1929) Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, Adelphi, Milano

Per il mio lavoro, che non ha niente a che vedere con l’ultracycling, mi sono trovata a dover riflettere su cosa siano l’efficacia e la strategia e su come si possano realizzare. Ho trovato un’interpretazione interessante in due saggi di un filosofo e sinologo francese che si chiama François Jullien. Dice Jullien che esistono essenzialmente due modi distinti di pensare l’azione efficace e la strategia dell’azione: uno riconducibile all’occidente e uno all’oriente. La situazione che di solito viene analizzata da chi si occupa di efficacia e strategia è una non meglio precisata azione di guerra (trattati di guerra sono stati scritti numerosi sia in occidente sia in oriente, ma forse attualmente sono più famosi questi ultimi, perchè gli si riconosce la capacità di dire cose importanti anche per la vita di tutti i giorni). In ogni caso, ci si riferisce alla situazione di guerra perché è quella nella quale ci si pone apertamente il problema della strategia e di una strategia che sia efficace per la realizzazione di uno scopo. Generalmente, invece, pensiamo e approntiamo strategie quando abbiamo uno scopo da raggiungere e per farlo, cioè perché la nostra azione sia efficace per quello scopo, riconosciamo di dover gestire più componenti. In definitiva pensiamo e approntiamo strategie sempre, anche quando prepariamo il caffè la mattina. L’occidente ha sempre pensato che la strategia vincente sia un modello da costruire a tavolino, avendo di mira lo scopo e approntando mezzi idonei allo scopo, secondo degli schemi prestabiliti teoricamente. L’oriente non riesce a pensare mezzi che si pieghino allo scopo secondo un criterio generale, perché il dato da cui parte non è la formulazione di una teoria, bensi l’osservazione della situazione. Per l’oriente un’azione efficace è frutto di una situazione portante, cioè di una situazione che “è votata spontaneamente ad un certo sviluppo, sulla quale possiamo far leva”. Mentre noi cerchiamo di adeguare e forzare le situazioni e i mezzi alle azioni che stabiliamo debbano portare al risultato che ci siamo prefissi, altrove imparano a osservare silenziosamente e, così, a conoscere le situazioni, per inserire poi le loro azioni all’interno di quelle situazioni che riconoscono avere le potenzialità per portare al loro scopo. È questo che vorrei riuscire a far capire alle persone quando li incontro nei mesi di preparazione alla gara: le cose da fare sono poche, essenziali, ripetitive; bisogna, però, fare molta attenzione a come si affronta la situazione, la gara. Creare gare all’interno della gara, avere obiettivi diversi da quelli della gara, non ripaga mai. In casi estremi, invece, costringe alla resa.

3. Il ritiro

Non pretendere troppo, e non temere che la tua giusta pretesa si dissolva nel nulla. (1941) Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, Adelphi, Milano

Non è cosa facile gestire il ritiro di Fabio dalla RAAM: i giornalisti e gli amici americani che lavorano per la RAAM ti scovano anche se hai passato la notte in mezzo ai campi, fuori dal percorso di gara. Ti scovano, fanno domande, vanno in giro a ispezionare i mezzi. Intanto tu vorresti stare da solo, ma non è ancora tempo: ci sono i mezzi da sistemare, le bici da riporre, i route book con le indicazioni del percorso da seguire in gara da chiudere. Non è cosa facile gestire il ritiro di Fabio dalla RAAM: iniziano quasi subito le telefonate; tante telefonate da fare e da ricevere. Ancora i giornalisti, i familiari, gli amici, gli sponsor. Ci sono le telefonate che non vorresti ricevere o fare e quelle che, invece, ti portano il calore di cui hai bisogno: “State bene?”. Intanto tu vorresti stare da solo, ma non è ancora tempo: ci sono domande a cui dare risposte, ci sono persone da rassicurare, ci sono spiegazioni da dare. Non è cosa facile gestire il ritiro di Fabio dalla RAAM: ci sono, comunque, tutti quei chilometri da affrontare per portarsi a New York e tornare a casa. Anche se cerchi una strada alternativa consultando sia il GPS che la cartina stradale, sembra che solo il percorso di gara ci debba riportare a casa e quelle “R” scritte con la vernice bianca sulle strade, a segnalare il tragitto della RAAM, ci abbandonano solo in pochi casi; nemmeno loro ti aiutano, mentre vorresti stare solo. Quelle “R” sembrano scandire i pensieri, che seguono la gara tenendo conto del tempo: fa caldo?, piove?, il vento come soffia? Ormai i primi saranno arrivati. Non è cosa facile gestire il ritiro di Fabio dalla RAAM: come sono più lunghi tutti quei chilometri percorsi fuori gara; come senti più lenti i veicoli a motore che ora possono correre senza seguire l’andatura del ciclista; come è più scomoda la stanza del motel.

New York non è quella città caotica che mi aspettavo; magari è perchè abbiamo trovato una bella sistemazione da dove possiamo muoverci in barca per raggiungere il centro, nel quale troviamo ad aspettarci tra i grattacieli alberi sottili dalle foglie giovani e verdi.

(Ringraziamenti: grazie ai molti amici che in un modo o nell’altro sono stati presenti allora e nei mesi successivi. Grazie ad Anna, per la pazienza e l’entusiasmo. Grazie a Simonetta ed Eligio, per i computer e per il regalo, che non ho avuto tempo di srotolare al vento in gara e che è ancora così come l’ho tolto dalla valigia, ma che -quando questo scritto sarà pubblicato- avrà trovato sistemazione a casa, steso al vento. Grazie a tutti quelli che hanno provato a unirsi a noi quest’anno, ma che non ci sono riusciti per altri impegni. Grazie a Brenda e a Rob, per la loro presenza e per avermi testardamente aiutata a guardare oltre il ritiro. Grazie a Mike e a Dana, per l’ospitalità; grazie a Mike per le parole e i consigli prima, durante e dopo la gara.)

Bibliografia

I testi di riferimento per il paragrafo sulla situazione portante sono: Jullien François, Trattato dell’efficacia, Einaudi, Torino 1998 Jullien François, Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente, Editori Laterza, Roma-Bari 2006