RAAM 2006

Al sicuro

[Una nota di apertura scritta pensando ad Anna, come se fossimo davanti a un caffè in Campo Santa Margherita. Scritta pensando ad Anna, che ricompare sempre in momenti nei quali sono ingolfata per qualche motivo: Venezia, l’inverno scorso. Scritta pensando ad Anna, perché mi incita sempre a scrivere e perché mi raggiunge sempre quando sono via. Una mail ad Amburgo, l’anno scorso, mentre sono alle prese con un agosto invernale, i freddi panni estivi stesi in camera ad asciugarsi, il termosifone acceso. Una mail a Oceanside, quest’anno, trovata per caso, mentre riflettevo su uno strano bucato: “Hai visto che si può controllare la posta?”, “No …”.

OGGETTO: ci sei? Cara Sara, è un pezzo che non ci sentiamo dopo le mail su benzina e telefonini... Spero che tu stia bene e che il tuo lavoro proceda per il meglio; negli ultimi tempi ho ridotto al minimo i viaggi a Venezia per concentrarmi sul primo capitolo che finalmente ho ultimato, dopo estenuanti travagli del pensiero. Ho trascorso giorni di grande silenzio: i pensieri c'erano e non si lasciavano dire; poi, come d'incanto, i nodi si sono sciolti e ho avuto un giorno di grazia in cui tutto si è lasciato dire e scrivere. Più invecchio e più mi convinco che i pensieri non ci appartengono e sono loro a pensare noi, non il contrario... Mi auguro che ci si riesca a vedere prima dell'inizio dell'estate; magari te ne sei già partita in vista di qualche lido germanico o americano; comunque se ci sei, batti un colpo. Un saluto affettuoso Anna


RE: ci sei? Carissima Anna, proprio così, ti rispondo da un lido americano: Oceanside, California. Sono qui come capo equipaggio quest'anno e domenica inizia la gara. Pensami intensamente, ne ho bisogno. Un bacio e a presto (tornero' a casa il 24 giugno). Sara

In quella richiesta di pensarmi intensamente, perché ne sentivo il bisogno, ci sono tutti i miei timori di allora, che sono stati confermati poi. Poi. Poi sono tornata a casa e Anna ha iniziato: “hai scritto? … devi scrivere qualcosa anche quest’anno? … a che punto sei? … dài che non vedo l’ora di leggerti …”. In realtà Anna aveva già iniziato mentre ero in gara (il 14 giugno, per la precisione), rispondendo a quella mia richiesta di suo impegno, per così dire, empatico a distanza

Cara Sara, avevo dunque fiutato bene il tuo silenzio, scorgendovi profumi stranieri, al di là dell'oceano... Mi auguro che la vostra traversata proceda per il meglio e non vedo l'ora di leggere il resoconto che ne farai per gustarmela un pò anch'io... Ho spesso negli occhi la foto del deserto che mi hai inviato l'anno scorso con il ciclista piccolo, solitario, eppur grande nello sforzo; e il colore del cielo e quello della terra... Spero di incontrarti presto Un abbraccio Anna

Anna. Torna sempre, non mi lascia via di fuga. Ancora, questa mattina:

E tu come stai? Come va la stesura del testo sulla RAAM? L'altro giorno mi è venuto in mente il tentativo giovanile di A. De Carlo su quel registro stilistico che volevi percorrere, tentativo in seguito parzialmente abbandonato dallo scrittore e tuttavia così ricco di promesse; come mi piaceva...(vedi il passato come ritorna?)

Anna, il mio pungolo letterario, si riferiva al mio desiderio di tentare un esercizio di scrittura che prendesse spunto da Le onde di Virginia Woolf. Non sono mai riuscita a finire quel breve romanzo, che pure periodicamente riprendo in mano con l’intento di finirlo; non riesco a finirlo, perché lo trovo molto difficile a leggersi, per la concentrazione e l’abbandono insieme che richiede. Però mi è sempre piaciuta l’idea di fondo: narrare lo scorrere degli anni, la vita di molte persone, seguendo il filo dei loro pensieri che si accordano come se si parlassero tra loro e non come se stessero pensando tra sé e sé. Mi piace anche quest’idea del tempo della coscienza che sarebbe più dilatato di quello delle parole dette e del vissuto; il tempo della coscienza che è un tempo senza direzione, dove presente e passato si confondono e si intrecciano. Ma è una scrittura molto faticosa perché difficile da governare e si dovrebbe riuscire a scegliere parole che consentano variazioni nei ritmi di lettura, parole incastrate e alternate in modo da suggerire concitazione o calma, o quanto altro normalmente è compito della narrazione in prosa dare al lettore. E’ una scrittura difficile perché si corre il rischio che il lettore non ti segua e si perda chiedendosi: ma di chi parla?, e quando è successo? ecc. ecc. ]

Stream of consciousness e RAAM

All’inizio del secolo scorso alcuni romanzieri, sulla scorta della filosofia di Bergson, teorizzarono lo stream of consciousness, il flusso di coscienza (James Joyce, per il quale comunemente e propriamente si parla di stream of consciousness, ma con maggior estensione semantica del termine anche Virginia Woolf, ma poi Marcel Proust – anche se con enormi e sostanziali differenze gli uni dagli altri). Cosa si veniva a dire fondamentalmente? La coscienza non è una realtà monolitica, così come aveva teorizzato gran parte della filosofia moderna, bensì è composta da infiniti momenti. Flusso di coscienza ovvero la coscienza non è un unicum, bensì è qualcosa di frammentato. Ne deriva che il tempo, che viene misurato dalla coscienza, non è un unicum, bensì è frammentato anch’esso e, ciò che importa di più, è di una capacità di contenenza maggiore del tempo scientifico. La conseguenza è che lo spazio aperto dal tempo della coscienza è più dilatato e nel tempo in cui si dice qualcosa la coscienza dice molto di più e vaga nel tempo, in avanti e indietro. Sono partita da questa esperienza di coscienza dilatata, una delle più sconvolgenti che si fanno in gara, per raccontare 9 giorni 19 ore e 49 minuti da una prospettiva possibile: quella del capo equipaggio.

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Musica.

I concerti Brandeburgesi

Bach per la RAAM. Bach, tra gli altri. Chi non comprende che Bach ha scritto per questo tipo di esperienze la colonna sonora ideale, non può comprendere Bach, la RAAM, tutto il resto. Sin dall’anno scorso mi sono sempre sembrati la musica giusta. Non l’unica, certo; comunque, giusta. Non avevo, però, il coraggio di dirlo. Il coraggio di sostenere e difendere un’opinione, una scelta. Ora sì. Bach per la RAAM. I concerti Brandeburghesi per la RAAM. Non tutti i concerti Brandeburghesi, però, solo alcuni estratti. Quelli sì, però.

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Al sicuro Con gli Dei io cammino. Gli Dei mi stanno davanti, Gli Dei mi sono alle spalle. Nel mezzo io cammino. (Navajo)

A volte si ha proprio l’impressione che sia così; si ha l’impressione di camminare in mezzo agli Dei. Altrimenti, se non fosse così, non si capirebbero certe cose; come si possano attraversare certe situazioni. Oppure, forse, ci sottovalutiamo troppo, abbiamo troppa paura della forza e della determinazione che un giorno scopriamo di avere e preferiamo coprirci gli occhi, attribuendola ad altri. Ma, forse, non è vero nemmeno questo e bisogna sostare nel mezzo: nonostante gli immensi compiti che stanno nelle nostre mani, talvolta si percepisce comunque chiara la tutela di altri che ci precedono e di altri che stanno alle nostre spalle. Qualcuno o qualcosa che ha in cura le connessioni tra le cose e le persone. Di più non so dire e non mi interessa nemmeno essere in grado di dirlo, questo di più che gli uomini cercano da sempre. Lascio agli Dei, qualunque essi siano, il loro compito divino di avere in cura, mentre a me riservo il compito di connettere, di tessere legami e connessioni. A volte sembra che da chissà dove arrivino come dei segni, che aspettano solo qualcuno che sia in grado di decifrarli. Un sorteggio che porta con sé il numero uno sulla linea di partenza, una stella cadente la prima notte, così grande e luminosa che sembra una noce bianca scagliata da qualche divinità celeste. Tutti segni ai quali affidiamo il futuro, quasi declinando la responsabilità del nostro ruolo, il nostro aver da rispondere a quei segni. A volte sembra che da chissà dove arrivino come dei segni, che non aspettano di essere decifrati ma, forse, solo di essere realizzati, di essere ricondotti a casa loro. La noce bianca la scagliano gli Dei perché qualcuno si chini faticosamente con lo sguardo a terra, la cerchi nel buio, la raccolga custodendola, la pianti sporcandosi mani e piedi, graffiandosi anche, la coltivi sotto il sole e la pioggia, la veda crescere e dare frutti, mentre lui invecchia e vede sempre meno. Invece, il più delle volte, restiamo incantati dalla bianchezza della noce e l’incanto ci immobilizza mentre dovremmo agire. Scherzi, perfidi, degli Dei.

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Nessuno, mai, di quelli che mi dicevano che avevo un aspetto terribile, che dovevo capire che non tutti sanno vedere cosa c’è da fare; che dovevo capire le difficoltà che incontravano; che dovevo capire la stanchezza; che dovevo capire … Nessuno, mai, si è chiesto cosa mi passasse per la testa? Nessuno, mai, ha cercato di capire? Al di là di loro stessi. Perché questo è mancato: che le persone andassero al di là di loro stesse. Perché la RAAM è anche questo esercizio difficilissimo: andare oltre se stessi, incontro agli altri. Andare al di là di noi e stare negli altri. Non è facile. Però si può imparare. Come tutto, forse. Forse? No. Come tutto, se si vuole. Perché non è importante fare le cose; ma sforzarsi di fare, sì che è importante. Una volta ho sentito qualcuno raccontare una storia di un cavallo da corsa e di un mulo. Il cavallo aveva avuto in dono tutto ciò che lo destinava a essere vincente: un corpo con muscoli che sembravano essere stati formati per la velocità, un colore del manto che avrebbe sicuramente distratto gli altri concorrenti da quanto era bello e lucente, una fierezza nello sguardo che faceva pensare subito a colui il quale è nato per salire sul gradino più alto di un podio. C’era tutto, o quasi. Un giorno, il giorno della competizione più importante, tra i partecipanti si fece avanti un mulo. Bruttino, tutto scarmigliato e poco curato, con gli zoccoli pieni di terra e fango, qualche sassolino incastrato tra le fessure degli zoccoli che gli faceva assumere una buffa andatura, totalmente sproporzionato nel suo essere … Chissà come, un giorno, si era messo in testa che poteva provare a diventare un mulo da corsa, proprio come i cavalli da corsa. Perché non avrebbe dovuto? Perché i cavalli sì e un mulo no? Magari non sarebbe stato velocissimo, magari non sarebbe stato uno spettacolo vederlo correre mentre la sua coda spelacchiata andava a destra e a sinistra, forse era meglio che se ne stesse zitto, che non ragliasse tra i fieri nitriti dei cavalli; ma, in fin dei conti, chi se ne frega? Lui voleva solo correre. Il mulo da corsa. Non la sto a tirare tanto per le lunghe, anche per non infierire sul povero cavallo da corsa, che in quella giornata così importante si vide sfrecciare il mulo da corsa dritto, convinto e bello a vedersi fino al traguardo. Il mulo da corsa. Dovremmo sentirci tutti un po’ muli da corsa, piuttosto che cavalli da corsa. Impegnarci, invece che vantarci o lamentarci.

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Il deserto non ha ombre nel giorno. La tua ombra sta nascosta sotto i tuoi piedi o sotto due punti che non hanno quasi dimensione, se ti trovi su una bicicletta. Nel deserto ci sei solo tu. Non hai ombra. Nessun riparo, fuori di te. Quest’anno il deserto mi ha insegnato cosa vuol dire essere soli, pur essendo circondati da tanta gente; quest’anno il deserto mi ha suggerito di non aver paura di camminare da sola, di non aver paura di farmi carico delle situazioni e di portarle sulla loro strada, anche se sembrano più pesanti di me, che sembro così piccola, fragile e facilmente condizionabile (secondo quanto sembra che pensino o vorrebbero gli altri).

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“ma dov’è?”

‘già … dove diavolo sei? … è vero, sei partito come se la tua bicicletta scivolasse sull’asfalto, non come se stessi pedalando e facendo fatica sotto il sole del deserto … il sole, il caldo, le raccomandazioni di Tatiana di ieri sera, i conti fatti e rifatti sulle ore e sulle miglia per affrontare il primo giorno ed evitare che sia come l’anno scorso … ma è possibile correre così? cos’hai nella testa, prima ancora che nella gambe? …’, “facciamo attenzione al codice della strada … c’è la doppia linea continua … e ci sono un sacco di ciclisti davanti e dietro di noi con i loro van …”, ‘ … perché bisogna avere soprattutto qualcosa nella testa prima che nelle gambe per poter scivolare così sull’asfalto … scivolare così sulla strada, con questo caldo … lo capirebbe chiunque che non pedali come l’anno scorso … Tatiana dev’essere a poca distanza da noi … devono essere assolutamente dietro di noi oppure già al punto di ritrovo … devono trovarsi lì’, “ a che miglio siamo? … benissimo …”, ‘no, benissimo proprio per niente … Tatiana dove sei? e dove sei tu con la tua bicicletta, sotto questo sole? ormai è passato un quarto d’ora. Non ti vediamo da un quarto d’ora. Non ti passiamo acqua e frutta da quindici minuti …’, “…iniziamo a provare a chiamarli via radio. Dovremmo quasi esserci e potremmo già essere a tiro con le radio e anche se siamo lontani è sempre bene provare ogni tanto: ricordatelo sempre durante la gara … allora, cosa ve ne sembra? … ora che è iniziata vi sentite meglio? … come dite? … sì, i rifornimenti da terra sono andati bene, anche se ha urlato un po’ … rilassatevi e concentratevi su quello che c’è da fare …”, ‘ sì, sono stati bravi … tra l’emozione, il caldo, tutto ciò di cui si devono ricordare, la fatica dei primi e concitati giorni di preparazione negli Stati Uniti … il malumore e la tensione tua, che ora sei chissà dove … quanto tempo è passato? troppo… ma ora le cose si assesteranno, i gesti diventeranno abitudinari e scivoleremo anche noi come se fossimo su una rotaia … così anche tu ti tranquillizzerai … per quanto sia possibile essere tranquilli in condizioni simili … chissà se è giusto pretendere da te, in queste condizioni, tranquillità; a me sembra, piuttosto, che la tranquillità dovrebbe dartela l’equipaggio, dovremmo dartela noi tutti … comunque sia, questo è solo il mio sguardo sulle cose …’, “non rispondono?”, ‘… Tatiana … dove sei? dove siete? state bene? cosa vi può essere successo?’, “mah!? … dipenderà da queste montagne? …”, ‘ … il deserto di Anza Borrego … siamo passati di qua l’anno scorso mentre tornavamo a Los Angeles … abbiamo anche dormito qui, dopo una bella nuotata in piscina – liberatoria - e una chiacchierata serena sotto le stelle, ai bordi della piscina con Daniela e il finanziere … mi devo anche essere appisolata sotto quel cielo scuro; distesa su una sdraio, con le gambe stese in alto sullo schienale … quale posizione migliore per rilassarsi?…’, “forse le radio non riescono a prendere .. comunque, ci siamo quasi e loro ci staranno già aspettando da un po’ … cosa? Lui dov’è? … andava così veloce che probabilmente avrà già incontrato gli altri al miglio 96. Noi, invece, con questa strada stretta a tornanti e tutti questi ciclisti e questi mezzi non possiamo che procedere a questa andatura. Ricordatevi sempre del regolamento e del codice della strada … magari Tatiana gli sta già dando una controllatina … e cercherà di tranquillizzarlo perché non ci siamo ancora”, ‘ … perché questo è il compito più faticoso: entrare in sintonia con te, tranquillizzarti, darti fiducia e sostegno, motivarti anche … è un lavoro di fino; bisogna scegliere le parole, le frasi giuste, la giusta sequenza dei pensieri, anche i silenzi bisogna scegliere; bisogna entrare nella tua testa e starci per dieci giorni; bisogna far finta di essere lì fuori sulla bici e non qui seduti. Bisogna essere la tua testa, le tue difficoltà, le tue paure, le tue sensazioni di gioia facendo questa cosa, ma bisogna conservare la lucidità della nostra testa quando, e se, la tua cederà …’ “Ecco, dovremmo quasi esserci … ricordatevi sempre di provare spesso a chiamare con la radio … anche se non hanno risposto pochi minuti fa, bisogna continuare a provare spesso … basta poco perché cambi qualcosa …”, ‘ … è troppo tempo che non ti vediamo e non mi piace questo silenzio degli altri alla radio … si vedono già molti Motor Home in giro … da diverso tempo … Tatiana, cosa vi è successo? Ci siamo detti: partiamo da qui e non ci fermiamo fino al punto di incontro. Vi dev’essere successo qualcosa altrimenti non si spiega questo silenzio. Dovevate solo seguire il GPS … guidare, guidare, guidare e aspettarci per fare il cambio prima delle 15 … dovevate salire nelle ore più a rischio tu e chi ha esperienza dall’anno scorso e io continuavo ancora per questo turno, così da evitare – in caso di situazioni di emergenza, nelle quali ha bisogno di soccorso urgente, come l’anno scorso – che qualcuno dei tre con me nel van ora ne uscisse con l’animo a pezzi, che cedesse prima del tempo … perché lo sappiamo che prima o poi, a turno, tutti cederemo … Tati ... speriamo che non vi sia successo niente … ho una sensazione come se questa gara dovesse finire oggi … Tatiana, state bene?, ieri sera dicevi …’, “eh sì, quello dev’essere il punto di ritrovo … bene, adesso non ci resta che trovare il Motor Home, fare il cambio equipaggio e recuperare il nostro ciclista … li stai chiamando? … non importa se non rispondono …”, ‘tieniti calma, anche se sono giorni, mesi, che ripeti sempre le stesse cose; ma è parte del tuo compito questo: dire, spiegare, ridire, … da una parte il ciclista, dall’altra l’equipaggio, tu nel mezzo’, “ … chiamali … ci devono essere …”, ‘siamo al secondo giro in questo posto e del Motor Home 193 nemmeno una traccia … ma nemmeno una tua traccia … il sole è incandescente … e se ti fossi fermato indietro, da qualche parte all’ombra e fossimo passati senza accorgercene? Ma è possibile? Otto occhi, nei quali l’immagine di te in questi dieci giorni si fisserà indelebile, non hanno visto? .. Tatiana … Tatiana, santo cielo! …’, “… niente da fare, ragazzi …”, ‘… possibile che con tutta l’organizzazione e le previsioni e gli scenari possibili delineati quest’anno, inizia la gara e succede già qualcosa di grave??? … perché qui la situazione è grave: il primo giorno, quello più pericoloso perché ti devi ancora acclimatare alle alte temperature, il primo giorno, quando ti dovremmo rifornire di acqua e frutta e non ti dovremmo mai perdere di vista durante tutta la giornata, il primo giorno, quando volevamo che tu fossi seguito nelle ore per te più difficili da chi ha più esperienza, il primo giorno è quasi un’ora che non ti vediamo, non sappiamo dove sei, gli altri non ci sono, il nostro Motor Home non c’è e i tre nel van con me iniziano a dare segni di stanchezza …’, “è evidente che il nostro Motor Home non è qui … no, non serve agitarsi: dobbiamo restare calmi e lucidi … ascoltate: continuiamo a chiamarli e intanto facciamo un altro giro per vedere se almeno troviamo lui … magari si è fermato qui all’ombra da qualche parte …”, ‘… forse hai bisogno di Tatiana …’, “…guardate! il francese che ieri gli ha chiesto l’autografo … sicuramente se è passato ne avrà tenuto conto …”, ‘speriamo che ti abbia visto e che abbia visto il nostro Motor Home …. Tatiana … ieri sera ci ha spiegato cosa fare se ti dovessi sentire male e lei non ci fosse …’, “Sorry!” “niente, ragazzi, non l’ha visto …”, ‘cosa faccio? se mi affido alle mie sensazioni tu sei avanti da solo e il nostro Motor Home è dietro e non capisco perché è dietro … allora, se è così, noi dobbiamo venire avanti ed essere pronti a soccorrerti … allora, Tatiana ieri sera ha spiegato a tutti che … Rick Anderson … quello è un ufficiale, è Rick Anderson …’, “ … ho visto Rick Anderson, sta arrivando ora … corro a chiedergli se l’ha visto dietro di noi …” “… no, niente … è avanti, andiamo … no, non lo so per certo, ma Rick dice che dietro non c’è e che andava talmente veloce che è sicuramente passato e anch’io sono di questo avviso, quindi si va avanti .. sì, lo so che vi aspettavate un cambio, ma vedete anche voi che i ragazzi non ci sono .. non possiamo fermarci ad aspettarli qui … ci sono delle priorità e sapete che il primo giorno, quello in mezzo al deserto è il più duro, ma anche il più pericoloso … non abbiamo il tempo di aspettarli per il cambio … andiamo”, ‘… allora, appena ti troviamo dobbiamo …’, “dobbiamo essere pronti a farlo salire in van per raffreddarlo ... vi ricordate quello che ha detto Tatiana ieri? Quando lo vediamo, liberiamo l’abitacolo del van e lo facciamo salire, mettiamo l’aria condizionata al massimo e lo raffreddiamo coprendogli gli arti con gli asciugamani che sono in questo ice-chast … la bicicletta va adagiata in un luogo sicuro e coperta … allora, faremo così: …”, ‘… Tatiana e se non bastasse? se avessimo bisogno di te, Tatiana?’ ‘niente davanti e niente dietro: niente di niente … il sole sta scendendo … è il momento peggiore perché dall’asfalto sale tutto il caldo che il sole ha emanato e che il tuo corpo ha già assorbito … tutta la giornata con il caldo che cala dal cielo verso la terra e dalle 17.00 il caldo che sale al cielo dalla terra, tu in mezzo a loro due … sarà questo quello che si sente stando lì sulla bici? … dove siete tutti e due?, uno davanti e l’altra dietro? … perché?, cosa vi è successo?, dove siete? … e quella è la seconda Time Station … bisogna fare una registrazione, quanto meno approssimativa perché la strada nella quale ci immettiamo è un’Interstate e non possiamo tornare indietro con facilità … almeno finché non ti abbiamo trovato e non siamo sicuri che stai bene … no, aspetta, un momento ... eccoti lì, in fondo sulla sinistra … ancora sulla bici … e pedali ancora bene … meno male … ti manca acqua, è da molto che non mangi … ma c’è anche la gara e me l’hai detto chiaramente mesi fa: mi devi aiutare a spingere di più, ci torno per spingere più forte, per vincere e, da quando ti ho detto sì, questo è anche il mio obiettivo … non possiamo perdere 15 minuti con una penalità ora; la gara è ancora lunga e chissà cosa succederà da qui alla fine … qualcuno deve scendere e chiamare … ma chi di noi quattro? Lui no: lei non vuole ancora guidare; ma anche lei è meglio di no: ha detto che non sa bene l’inglese e poi è così fragile, cosa dovrei fare? lasciarla a una Time Station? A volte mi dà l’impressione che sia lontana miglia e miglia da qui, da noi. Lei? Lei sì. Lei potrebbe perché è qualcosa che rientra nel suo ruolo di navigatore e può tirare fuori il carattere che ha per fare fronte a questa situazione. Ma come la recuperiamo? Potrebbero riprenderla i ragazzi del Motor Home, ma come li avvisiamo che è qui? Devo fare in fretta, decidere … l’ideale sarebbe che scendessi io ... ma non posso lasciarli soli, soprattutto se hai bisogno di soccorso e Tatiana non c’è … chi li coordina? … io non sono un’infermiera, ma ho l’esperienza dell’anno scorso e ne abbiamo parlato tanto con te e Tatiana … mi avete spiegato e rispiegato cosa succede al corpo quando assorbe cosi tanto calore; cosa bisogna fare; cosa è consentito dal regolamento …’ “Scendi e fai la registrazione del passaggio … ti veniamo a prendere non appena ci siamo accertati che sta bene … “, ‘cosa fanno? mi guardano?’, “scendi! Non preoccuparti, vedi quanta gente c’è? … andiamo a recuperarlo! …”, ‘sì, lei ce la fa e poi è un posto pieno di ufficiali e di mezzi di altri ciclisti, perché è anche un Control Point … è più al sicuro lei di noi, questo è certo … se non arriva Tatiana e tu ti senti male come l’anno scorso, sicuramente lei sarà più al sicuro lontana da questo van …’ ‘… fermi, immobili …’, “forza, diamoci da fare come abbiamo detto … no … no … si deve fare quello che abbiamo ripassato finora e che ci ha spiegato ieri Tatiana: concentratevi solo su quello e facciamolo. Scendiamo e facciamolo! …”, ‘e ora cosa fanno? niente. Assolutamente niente! … ma quante persone sono io? quante mani ho? … quella con cui tengo la bici, quella con cui ti aiuto a scendere dalla bici, quella con cui apro il portellone del van, quella con cui faccio spazio nel van, quella con cui apro l’ice chast, quella con cui prendo il primo asciugamano, quella con cui lo strizzo, quella con cui tolgo la prima scarpa, quella con cui adagio un asciugamano sotto la testa, quella con cui cerco di impedire al sole di entrare usando la prima cosa che mi capita sotto un’altra mano – incrocio uno sguardo infastidito, perchè è la sua felpa a starsene lì appesa … non ci siamo … non ci siamo, non è questa la disposizione d’animo: in gara gli oggetti diventano quasi impersonali … le ciabatte di Aurora, proprio quelle che mi arrivano a metà del piede, saranno la prima cosa utile che potrò indossare, spinta da Aurora a farlo, per poter andare a chiedere informazioni sulla strada, mentre nel van succederà di tutto: Tatiana alla guida in ciabatte e altri invece lamentandosi perché vorrebbero stare al loro posto di navigatore, ma tu non vuoi perché è chissà da quanto che continuate a girare in tondo, come stiamo facendo noi e per questo mi alzo da questo materasso che ha sputato fuori un ferro che ha ferito Tatiana – quante mani ho? c’è quella che toglie l’altra scarpa e poi le due che tolgono i calzini … intanto loro pietrificati … c’è quella che tira fuori uno a uno gli asciugamani, li strizza e li mette sugli arti … gambe e braccia, ha detto Tatiana … sì, così … poi c’è quella che inizia a sostituire gli asciugamani: asciugamano bagnato, asciugamano strizzato, asciugamano disteso sulla gamba destra, asciugamano bagnato, asciugamano strizzato, asciugamano disteso sulla gamba sinistra; asciugamano caldo, asciugamano riposto nell’ice-chast; asciugamano caldo, asciugamano riposto nell’ice-chast; così per due volte tutto il ciclo, per le gambe e per le braccia … poi c’è la mano che apre la porta del van per uscire e mandarli a prendere il navigatore lasciato alla Time Station’, “ci sto io qui, andate!”, SBBBAMMM, ‘… il portellone … il portellone … sono passati dei giorni, siamo in montagna … si susseguono sorpassi tra i ciclisti … un portellone chiuso con attenzione da Tatiana … lo stesso portellone, pochi secondi dopo, riaperto e richiuso con troppa fretta e poca attenzione è un portellone che rompe lo spinotto degli amber lights … quasi venti ore per risolvere quel problema degli amber lights … gli ufficiali che ci fermano più volte per dirci che dobbiamo ripararli; noi ogni volta, in un modo o nell’altro, facciamo qualcosa; poi di nuovo qualcosa non va con gli amber lights … gli ufficiali ci fermano ancora: due, tre, quattro volte … e ancora … si avvicina la sera: se non risolviamo definitivamente la cosa – ci informano gli ufficiali - dovremo fermarci per la notte … assurdo, inconcepibile … pensa, pensa, pensa … escogita qualcosa, escogita qualcosa … intanto le montagne sono sparite lasciando il posto a una distesa inimmaginabile di campi all’interno dei quali corre un’unica strada, piccola e quasi dritta; il cielo di una bellezza sconvolgente, di una varietà di colori e sfumature che Dio solo sa come si siano potuti incontrare in quel luogo desolato e sperduto dentro un continente, dove se non ci fossimo noi, sarebbero per nessuno, lì nella loro bellezza … e poi il vento, che sembra venire fuori dalla terra, urla sempre più forte e vorrebbe confondersi con i miei pensieri su come fare fronte ai problemi e ai malumori …e tu dove sei con questo vento? lì, dritto sulla bici, lo stesso ritmo, come se il vento non vociasse … ecco un altro ciclista, anche lui dritto e stabile sulla bici, ugualmente non curante del fatto che il vento vocia … un terzo ciclista … anche questo sordo alle urla del vento … lo farete arrabbiare e urlerà sempre più forte, perché lo sentiate e vi fermiate a prestargli attenzione … ma per ora niente e se voi tre potete continuare a stare su una bici senza sentire il vociare del vento, posso farlo anch’io … posso non sentirlo e concentrarmi … pensa, pensa, pensa …ragiona, ragiona, ragiona …escogita cosa fare e cosa dire a quest’ufficiale, pensa al regolamento … ecco, sì … così può funzionare … una corsa in macchina con Marco alla ricerca di un fusibile, che nessuno saprebbe dove mettere se non ci fosse stato Harold, l’ufficiale di gara che ci segue sempre da quando siamo primi, ad aprirci il cofano e … meglio non pensarci ora, distogli la mente da questo pensiero e focalizzati su altro, altrimenti bisognerebbe urlare come i pazzi, come sta facendo il vento … Marco ne approfitta per cercare di convincermi che va tutto bene, che non abbiamo nemmeno una penalità … ma se sono almeno dodici ore che sto lavorando perché Harold non ci dia una penalità per questo fatto degli amber lights e non ci costringa a fermarci e finire, così, la gara!! … ma non ho più fiato per queste cose, per spiegare a chi non vuole sentire e vedere, devo conservare le energie … e Marco, dal canto suo, è di una dolcezza e di un candore disarmanti. Questa terra con la sua vastità, questa terra così lontana da casa sua, lo confonde. Se ne sente respinto, ma è lui che la respinge. Io, invece, vorrei fermarmi qui, in una di queste casette bianche di legno. Vorrei starmene qui ad ascoltare il vento e godermi, insonne, la notte buia. Ma non posso … con Marco sul van divoriamo le miglia correndo dietro al furgone di Harold, sperando di trovare un posto dove comprare un fusibile … ma è una corsa sciocca perché Harold ce l’ha detto che siamo entrati in lunghe sezioni di gara senza niente dove ci si possa rifornire di alcunché … il fusibile è un dono dell’equipaggio di Marco Balho … ma Harold vuole che entro domani mattina io ne abbia comprati alcuni di scorta … ma dove, santo cielo, dove? … solo se gli garantisco questo non ci fermerà per la notte … va bene. Non so come, ma faremo così. L’importante è poter tornare e dirti che possiamo procedere … Una porzione di problema alla volta, così come il piede sul pedale genera una spinta che affronta una sezione di ruota alla volta prima di compiere un giro completo, una pedalata … procediamo, ancora con il problema degli amber lights aperto e sperando che quel fusibile non ci abbandoni durante la notte. Una notte eterna, immobili gli attimi, tu quasi immobile a lottare con il vento, io con il pensiero immobile su un fusibile a cui è affidato il prosieguo della gara … la notte buia e rumorosa, con il vento che avete irritato voi ciclisti, sempre sulla bici, sempre allo stesso ritmo: uno-due-uno-due-uno-due, tic-tac-tic-tac-tic-tac … non trovano il telefono e lui vuole tornar indietro a indicare una svolta a chi è nel van … ma non è un punto difficile! … non insistere, andresti a fomentare il già diffuso malcontento … d’accordo: segnala questa svolta mentre io e Tatiana ci inoltriamo nel buio di questa strada desolata, solo un capannello di ragazzi neri che si confondono con le ombre delle case abbandonate, lungo questa strada in cerca del telefono … ha ragione Tatiana, se tu ci vedessi … ancora problemi e difficoltà: al telefono non mi sentono bene per il vento … cosa?! … no, non siamo in ritardo con la chiamata … ma cosa si inventa questa?! … che giornata lunga … per fortuna Simonetta ha cucinato della pasta per tutti. E’ cambiato qualcosa in lei, positivamente … il vento è fuori di sé, mi butta addosso la terra di questo campo aperto dove parcheggiano questi enormi truck americani con i motori accesi … è arrabbiato anche con me perché me ne dovrei stare in camper, dovrei nascondermi; invece devo trovare i fusibili e quella gas station potrebbe averli … devo anche andare in bagno … meno male che c’è sempre Tatiana che mi accompagna … chi mi chiama? è il vento? No. Lon Haldeman con sua figlia: sistemato il problema con le registrazioni, non ci assegneranno penalità; i fusibili li ho comprati: sistemato anche il problema amber lights … quante ore da quando un gesto maldestro ha scatenato tutto questo? Quasi venti … e Marco mi dice che sta andando tutto bene, che stiamo tutti lavorando bene …’, … SBBAMMMM … il portellone … nel deserto, il primo giorno, ‘ quasi ci volesse un summit mondiale per decidere chi va a prenderla a qualche chilometro da qui! … no, io no perché; no, io no perché; no, tu no perché; no, tu no perché; no, lei no perchè … ma senti questi due! ma senti questo! facciamo i conti dopo perché decido di starmene da sola in mezzo al deserto? io, la bici e gli ice-chast??? facciamo i conti, perché una donna non dovrebbe restare da sola in mezzo al deserto? ma senti questo!?! … e cosa dovrei fare? aspettare che vi decidiate? … non si possono moltiplicare i problemi così, altrimenti non se ne esce da questa gara: guardare l’obiettivo, fissarlo e andarci dritti al centro … passando in mezzo alla paura, che pure si ha, in molte circostanze … ma questa volta non ho paura, anzi, sai cosa ti dico? mi piace stare in mezzo al deserto da sola … mi piace stare qui … senti che caldo che fa ancora … … per fortuna la bici è leggera … ecco qui, massima attenzione a non urtare niente di questo gioiellino giallo … ecco, così … sì, si sta dannatamente bene qui … e se salissi in bici e me ne andassi? mmmhhh … questa è una vera tentazione … tu ne hai altre due di bici … rido con me, per fortuna … rido … ah, no, ora piango; ma dove sono? Non sono nel deserto. Sono sotto un albero, lontana dalla Time Station che è quel Mac Donald là in fondo, sulla strada … quante mani ho avuto anche qui? Tante. Ma ho ceduto quando Harold si è avvicinato per chiedermi a che ora tu fossi passato … lo guardo interrogativamente … stavamo aspettando l’uno a poca distanza dall’altro che tu passassi … come sarebbe: a che ora sei passato? ti ha visto passare: perché, allora, lui chiede a me a che ora sei passato tu?… mi chiede di nuovo, percependo che non ho capito il significato reale della domanda: hai registrato che è passato a che ora? … ma non dovevo registrarlo io … avevo detto che chiamasse … nessuno ha chiamato! … quanto tempo è passato? siamo per poco ancora dentro i quindici minuti … Harold si è accorto da giorni che qualcosa non va con l’equipaggio e mi aiuta così, quando può e come può … lui, sua moglie e suo figlio sono una presenza che mi dà una certa sicurezza perché mi sembrano persone leali … Harold mi aiuta così … Lon, invece, anche lui resosi conto della situazione o avvisato da Harold – non ho capito bene -, mi sorveglierà a distanza in uno stato poco tranquillo degli Stati Uniti dove, parole sue, non ci mettono tanto a tirare fuori la pistola e sparare, e questa notte nessuno del tuo equipaggio è venuto con te mentre telefonavi. Mi sgrida come può farlo un uomo come Lon: non urla, non si altera, non muove un muscolo del viso; sono gli occhi a sgridarti, non le parole. Solo gli occhi: erano vicino al Motor Home senza fare niente, ti ho controllato io dalla mia macchina, mi dice Lon … loro … loro… è la prima volta che ho la sensazione che a loro della gara non gliene interessi più niente … che degli altri dell’equipaggio non gli interessi niente … ormai è come se ci fosse una gara nella gara e solo a quella prendono parte: autosopravvivenza … e io? io me ne vado a fare quattro passi fino a quell’albero; mi tolgo le ciabatte, l’unica cosa fresca che mi è rimasta perché ho perso un infradito sul Woolf Creek Pass – non ricordo più in quale notte, ma che freddo -, mi siedo e mi sforzo perché le lacrime di rabbia scendano: su, forza, poi starai meglio. Mi consolo. Devi stare meglio, dobbiamo andare avanti … siamo ancora primi o no? sì, siamo ancora primi … resisti, dieci giorni nell’arco di una vita sono briciole, forza … concentrati e prosegui … raccogli le tue forze e le forze di quelli che ancora vogliono andare avanti con la gara. … raccoglile e convogliale in un unico punto: il ciclista …’. Torno al Motor Home. Gli occhi dei bambini vedono anche attraverso il nero delle lenti degli occhiali da sole: “Sara … aspetta … dove sono??? … ah, ecco … tieni! … dài, devi continuare così …”. Titti, l’uccellino dei cartoni animati, è disegnato sui fazzoletti che mi porge Aurora con la sua piccola mano, e sembra quasi che tenga in mano un piccolo uccellino pronto a volare via. Qualche giorno dopo Aurora ha iniziato a farci compagnia in van: lei cantava, io la presentavo a tutti i conigli che popolano le colline tra le quali vivono gli Amish, ciclista e compagni di viaggio nel van imparavano la canzone. Io no, sono troppo stonata.

Non so se sveglia o dormiente. “Sara … dal van dicono che ha chiesto di te, che ti deve parlare …” “ … cosa? … dove siamo? … dove sono? …”, ‘ … niente da fare: non dormirò nemmeno oggi … fra un po’ ti fermerai per la sosta e io e Tatiana, dopo un’ora o due di veglia, saliremo in van … da quanti giorni non dormo? non riesco a crollare dal sonno come mi è capitato l’anno scorso. Perché? Forse perché per dormire bisogna fidarsi; io non mi fido più, io non dormo … che sia così? chissà … ma dove siamo? questo posto lo conosco … ma sì, ci siamo passati che era pieno giorno l’anno scorso e ora è notte fonda … bene, conserviamo un buon vantaggio sul tempo dell’anno scorso … ma dove sono loro? … guarda quanta gente … e se trovassimo delle borracce? Tatiana sta diventando pazza con queste quattro borracce che ci sono rimaste … anche le borracce sono sparite … ora chiedo … gira tutto … non riesco nemmeno a camminare in linea retta … forza, concentrati e stai su … cosa mi sta dicendo lui? Ma perché parla sempre così tanto quando mi deve dire qualcosa e non va mai al nocciolo della questione …?! Perché non riusciamo più a comunicare come a casa? … mah?! … forse non comunicavamo già nemmeno a casa, ci illudevamo di farlo… ma è ovvio che se non li prendiamo con la radio saranno almeno a un paio di miglia da qui … dicevo … ah, sì … le borracce … a chi posso chiederle? … cosa vorrai in piena notte? … chiedo a questo gruppetto seduto sotto il gazebo … sembrano divertirsi, aspettando in piena notte il passaggio dei ciclisti … belle queste immagini che si imprimono nella memoria. Ripagano di tutto, cancellano tutto … vorrai informazioni? … ma se siamo tra una Time Station e l’altra io dove dovrei averle prese? … cosa starai macinando in quella testa? …’, “Hi! Do you have any …?”, ‘… guarda che bello … quella ragazza appassionata di ciclismo ci ha regalato una delle sue borracce … sempre meglio di niente … che giorno è? … ufff! In Italia mi ero ripromessa di tener conto dei giorni, invece … ma perché vorrai vedermi? cosa mi devo aspettare? …’ Eccovi, venire avanti svoltando verso la nostra direzione. “Dov’eri? … sali! …” “ ! … sono praticamente appena scesa …!”, sono sempre senza voce da diversi giorni e devo urlare; ne approfitto anche, perché sei l’unico con cui mi permetto il lusso di urlare, perché capisci e non ti offendi se qualcuno strilla più di te. Basta che si strillino cose sensate. Andando su e giù con la bici: “Sali! …”, inizi a urlare anche tu. Fatico a tenermi in piedi, mi gira la testa ma nel contempo inizio a svegliarmi: “Fra un po’ … manca poco alla Time Station … faccio la registrazione, recupero un po’ di informazioni …”, ‘vorrei aggiungere che ho bisogno di distendermi per almeno dieci minuti profondamente, ma a chi lo dico? a uno che sta attraversando gli Stati Uniti in bicicletta e non dorme da chissà quanto? … se poi mi mandi hai tutte le ragioni del mondo …’ “Ma da dove ti viene questa voce da Jervolino così?! … “ ‘da dove mi viene? sapessi …’ “S-a-l-i!!” “… non ho le scarpe! sono in ciabatte …!”, continuiamo a urlare sempre di più. “S-A-l-i!” Mi viene da ridere e penso, sola, in un lungo monologo interiore che secondo me Tatiana sente mentre dorme, o finge di dormire mentre sacramenta a ogni scossone del Motor Home lanciato all’impazzata lungo le strade degli Stati Uniti: ‘A-H-H-H-H-H-H-!!!!! Sai cosa ti dico? In culo tu, io, la gara, Tatiana e il fatto che malgrado tutto ci divertiamo un casino! … Tati, tu riposa pure accanto alla piccola che non ti vede da tante ore, io salgo a sentire cosa vuole …’ Rincorrendo con le ciabatte il van che si è fermato: “… scendi … salgo io al tuo posto … riposa per il prossimo turno …” Mi spiegano che hai chiesto quasi subito dopo che siamo scese che fine avessi fatto, che mi dovevi parlare, ma ti hanno detto che stavo dormendo e allora ti sei messo tranquillo. Fino a quando non siete arrivati in prossimità di quel punto. Hai mangiato sempre. Frutta per lo più; tant’è che mi dicono che c’è n’è poca in van … avvisare per tempo così la portavo dal Motor Home, no, eh? ... ‘ma guarda in che punto mi fai salire?’, “A che miglio siamo? … cosa?! c’è un ritardo di non sapete bene quanto nell’azzeramento del contachilometri e non mi sapete dire a che miglio siamo?!”, ‘grandioso … e io come ti porto fuori da qui senza un computer che funziona? al buio? e dovendoti far svoltare ogni po’ a destra e a sinistra??? … ma come si fa??? … e poi mi vengono a dire che pretendo troppo! non pretendo niente di più di quello che andrebbe fatto; di quello che è stato spiegato e rispiegato fino alla nausea, provato e riprovato: azzerare il contachilometri, chiamare alle Time Station e altre cose noiose e ripetitive lungo più di cinquemila chilometri … sempre e solo quelle … niente di più … altro lo devo fare io, ma almeno sollevatemi dal dover fare anche questo … perché queste persone che hanno promesso tanto non sono mai entrate in gara? … forse inizio a capire perché hai voluto che salissi … non ti sentivi sicuro … diavolo di un ciclista … perché non ci hai pensato prima, quando eravamo in Italia, a molti mesi dalla partenza, che non ti avrebbero dato la sicurezza che cerchi? … cosa mi invento ora? quale riferimento prendo al buio? …’ “Dove vado?”, mi chiedi. “ADESSO-PORTI-UN-ATTIMINO-DI-PAZIENZA-PERCHE’-SONO-SALITA-AL-VOLO-IN-UN-PUNTO-DIFFICILE-E-MI-CI-DEVO-RACCAPEZZARE … tu e le tue idee grandiose!!!” ‘bene, ci siamo … siamo sul percorso … sentiamo cosa volevi’ “Dov’eri?” Mi viene da ridere, ma non posso riderti in faccia. Taccio, evado la domanda con un’altra domanda: “cosa volevi?” “Ascolta … devo mangiare un sacco di frutta … stai fuori dal finestrino … e mi dai tutta la frutta che c’è …”, ‘e già questo è un problema: tutta la frutta che c’è … che dovrebbe esserci sarebbe meglio dire …’, “… ho fame” ‘per chi ti prepari così? chi stiamo andando ad inseguire? diavolo di un ciclista che non sei altro … inizia anche a piovere … questo mi mancava: rifornimento sotto la pioggia …’ “… ti bagni …” “… mangia … non pensarci … sono quattro gocce …” “… ti bagni … buona questa anguria … ti bagni, ho detto! …” “… sono quattro gocce, ho detto!! …” Quella volta sono state quattro gocce, ma nei giorni seguenti no. Una mattina mi sono bagnata proprio tanto; ma era acqua calda, racchiusa in gocce grandi e soffici. Sarà stato l’ottavo giorno, avevamo già vissuto quasi tutto il peggio, e mi sono sentita quasi cullare da quell’acqua.

Abbiamo litigato quella notte perché la paura ha fatto violentemente il suo ingresso in scena. Il buio, il caldo umido, l’aria assente in quel mezzo; cinque o sei passi di distanza dal letto per prendere un paio di calzini da indossare con le scarpe da ginnastica. Cinque o sei passi di distanza per non più di sei o sette minuti. Poi - CRACK - un urlo agghiacciante che racchiudeva in sé tutte le paure di un’esistenza. Non ci sono parole o frasi per descriverlo, resta un suono vissuto nella memoria: nulla – ma è nulla questa memoria? -, nulla di più. Una sentenza: mi avete abbandonato. E’ un litigio che non si poteva sciogliere: io non ero più lontana di sei passi e quindi non ti avevo lasciato solo; Tatiana e Daniela a quattro passi da te, non eri solo. Ma, sei passi, quattro passi, quando non ci si fida di nessuno e ci si sente soli con la stanchezza e la determinazione ad andare avanti, sei passi, quattro passi sono l’abisso nel quale trova spazio la paura; sono quell’abisso nel quale si lascia che la paura strisciante entri prepotentemente. Quindi, sei passi, quattro passi lontani è come se si abbandonasse qualcuno, in quel contesto. Forse questa distanza non è giustificata nemmeno dal volerti fare respirare meglio in uno spazio angusto e senza aria. Non se ne esce da quel litigio: non ero lontana ma ero lontanissima, eppure ero lì. Non se ne esce, così come non si esce dall’altro: io che do indicazioni su dove fermarsi, le indicazioni non vengono rispettate, io vengo rimproverata perché io non mi rendo conto della fatica, della stanchezza … io non ho che da risponderti: ma cosa diavolo vuoi tu? Cerca solo di immaginarti cosa sta accadendo da quest’altra parte una volta tanto! Non si possono scegliere le persone senza valutarne la propensione, senza averli guardati negli occhi e ancora più giù; non si possono coinvolgere persone, senza essersi interrogati su ciò di cui si ha bisogno e anche su ciò che cercano queste persone. Non lo si può fare per rispetto di sé e per rispetto di queste persone, nonostante quello che succede. Ma anche questo è un litigio che non si poteva sciogliere: chi e quando si può veramente dire di conoscere e di poter sapere come si comporterà, come reagirà? Come saranno le cose? E, anche per quanto riguarda noi, cosa sappiamo con certezza? Forse, se io avessi ceduto, sarebbe stato meglio? E così quest’anno ho scoperto anche l’esistenza di questi litigi che non si possono sciogliere, ma che nonostante ciò non mutano i rapporti tra le persone. Ecco perché quello spintone che ha fatto inorridire molti mi è scivolato addosso. E’ bastato starmene zitta per ore e ore per capire quello che c’era da capire. Buio, caldo umido; l’alba con una leggera pioggia, fine fine; il sole e l’aria calda della campagna, la terra secca; le ore si succedono alle ore. Silenzio da una parte e dall’altra. Solo le poche comunicazioni necessarie, che in gara possono essere solo un braccio teso e il protendersi dal finestrino: stanno già per “ho bisogno…”, “ecco…”. Finché non c’è stata la richiesta di una promessa: “Promettimi …”; una piccola richiesta, che aveva senso nella misura in cui rinnovava la richiesta di aiuto formulata molti mesi prima: “ti va di darmi una mano a tornare a fare la RAAM?”