RAAM 2005


Nessuno sa cos’è capace di fare fintantoché non si alza e lo fa. (proverbio cinese ?)

I. Domande. Il ritorno

Da quando sono tornata dagli Stati Uniti non faccio che rispondere al telefono, al cellulare, alle e-mails che hanno intasato la mia casella di posta elettronica, agli sms, ai vicini che incontro portando fuori il mio cane ... già, il mio cane. Circe ha impiegato qualche giorno a riabituarsi alla mia presenza; il suo fiuto deve averle subito fatto intuire che sono tornata con un odore diverso: “è la mia padrona o no? da dove ritorna con i panni tutti sporchi? quei panni così sporchi che vanno lavati e rilavati e, nonostante tutti i lavaggi, sono impregnati di una strana, impalpabile polvere rossa, rivestiti di una strana patina, da dove li ha riportati a casa? da dove ritorna tutta felicemente in disordine e con molti lividi in via di guarigione? da dove questo sguardo strano? ... ” Tutte le domande che mi sento rivolgere manifestano la curiosità e il desiderio di conoscere cosa sia la RAAM e capire cosa spinga uomini e donne ad affrontare un’esperienza simile. Cosa sia la RAAM è presto detto: una gara ciclistica di più di 5000 chilometri, che consiste in un’attraversata non-stop dell’America del Nord dalla costa occidentale alla costa orientale. Cercare di capire qualcosa come la RAAM è un altro discorso. Spio me stessa mentre accatasto parole su parole, frasi su frasi, periodi su periodi; rido di me mentre mi sforzo di trovare le parole, le frasi, i periodi giusti, la giusta sequenza che devono avere i ricordi e la loro narrazione, cerco un filo con il quale procedere, cerco una trama ed un ordito che mi diano, insistendo su di loro, il disegno preciso e dettagliato di tutto ciò di cui ho fatto esperienza negli ultimi quindici giorni di giugno.... Ma non ci sono quest’unico filo, quest’unica trama e quest’unico ordito: non c’è nessun disegno preciso e dettagliato nè per me, nè per voi che mi domandate. Non c’è nessuna risposta che abbia la stessa forza di convinzione di una definizione. Sono tornata con pochissimi appunti sparsi su tre blocchetti: morsi di frasi scritti accanto agli appunti dei soldi spesi in gara (“benzina van”, “benzina motorhome”, “ice bag”....), appunti delle posizioni degli altri ciclisti, appunti di cosa bisognava comprare (acqua, melone, anguria, mele, tortillas, acciughe, gelati, ...); sono tornata con molte foto; sono tornata con un oceano di sensazioni, ricordi, emozioni, colori, nuvole diverse a seconda degli stati che attraversavamo ... un oceano ... L’ho sperimentato l’impeto dell’oceano. Sulla spiaggia di Redondo Beach ho giocato per più di mezz’ora con quello che chiamano “il Pacifico”. Presuntuosamente pensavo di coglierlo di sorpresa, sfruttare un momento di debolezza per averla vinta, tuffarmi e godermi una nuotata tra le sue onde seguendo la rotta decisa da me; ma la sua presa ferma e poderosa è incessantemente vigile. Non c’è tecnica del nuoto che possa avere la meglio su di lui. Bisogna cedere e accettare che sia lui a guidare il gioco. In fin dei conti è quello che fanno tutti i surfisti: lasciano che l’oceano giochi con loro. Lo capisci osservando i ragazzini che stanno imparando a cavalcare le onde: le ginocchia leggermente flesse, in piedi sulla loro tavola aspettano sul bagnasciuga che il Pacifico li venga a prendere e se li porti con sé. Vi assicuro che si divertono molto sia i surfisti che l’oceano mentre si abbandonano gli uni all’altro...Fidarsi dell’oceano... Se ripenso all’oceano mi viene da dire che, quando si cerca di capire qualcosa, è inutile cercare di ostinarsi a mettere ordine cercando di filare un filo solo da molti fili. Se si cerca di capire qualcosa si deve coltivare soprattutto la pazienza di inseguire i tanti fili e rischiare che il conto dei fili non torni e che trama e ordito non si incrocino bene, che il disegno sia incompleto e il motivo, forse, illegibile. Per quanto riguarda la mia esperienza alla RAAM ho ben chiaro che di questi fili non riuscirò per ora a fare nient’altro che brandelli di un disegno che impiegherà forse una vita intera a comporsi in un tappeto da adagiare a terra, su cui sedere e guardare indietro a ciò che è stato. Non ho risposte da darvi. Posso solo cercare, a fatica, di farvi partecipi di ricordi e riflessioni suscitati da luoghi e persone.


II. La scelta dell’equipaggio. La preparazione in Italia. Le partenze

Non accade spesso di riconoscere come le cose più straordinarie siano quelle più semplici. Voglio dire che non accade spesso ad un adulto di fermarsi a riflettere sulla straordinarietà delle cose semplici e la meraviglia per la quotidianità, per i suoi gesti, i suoi oggetti, i suoi odori, i suoi suoni, i suoi colori, è un lusso faticoso che possono permettersi in pochi, ma che resta il privilegio dei bambini che scoprono il mondo - sia esso quello più prossimo della casa o sia esso un mondo lontano, dove giustamente ci si va per seguire il papà, questo sconosciuto che gli occhi solo da poche settimane hanno iniziato a mettere a fuoco, a riconoscere. Ma, ovunque si trovi, il bambino molto presto scopre che ha due estremità, che gli insegneranno a chiamare “piedi”, e quale meraviglia gli leggi in volto quando intuisce cosa sta facendo la persona stesa davanti a lui sul letto: muove i piedi in aria. E poi? Cosa si fa con i piedi che si muovono? Cosa c’è di più semplice e naturale per un uomo che muoversi? Cosa c’è di più semplice che partire da un luogo per percorrere uno spazio con un mezzo di trasporto altrettanto semplice e banale come una bicicletta? Cosa c’è di più semplice e più comune nell’esperienza di tantissimi uomini che svegliarsi una mattina, magari all’alba, prendere una bicicletta e partire? imboccare una via che porta ad una méta? Cosa c’è di più normale nel non voler e nel non poter percorrere il cammino da soli? La RAAM è, da questo punto di vista, qualcosa di molto naturale e quasi banale. Ciò che rende straordinaria la RAAM sono le persone che la fanno, primi fra tutti i ciclisti. Strani ciclisti quelli della RAAM per chi, come me, è totalmente estraneo al mondo dell’ultracycling: ciò che colpisce di loro a prima vista è la diversità fisica. Siamo abituati a vedere gli atleti e a riconoscere la loro specialità da come gli allenamenti ne hanno forgiato il corpo. Gli atleti della RAAM, invece, sono fisicamente molto diversi gli uni dagli altri e sembra che abbiano passato mesi ad allenarsi per gare diverse. Ciò che li accomuna sta in alcuni tratti del carattere: la determinazione e la testarda curiosità dell’esploratore di altri tempi che vuol vedere cosa si trova dopo l’ultimo orizzonte. Tu che li guardi lo percepisci da una profondità insondabile nello sguardo. Indimenticabili quello di Shanna Hogan velato dall’emozione - e credo da un po’ di malinconia perchè il giorno dopo non sarebbe stata sulla linea di partenza - mentre augura a tutti i Solo Riders una buona gara; quello schivo di Rob Kish, che ricorderò per il suo portamento da canna di bambù e per la sua capacità di concentrazione, quel suo essere altrove anche in luoghi affollati e rumorosi - morbido ma fermo, me lo ricordo ben piantato a terra anche quando siede sulla più estrema estremità di una panchina vicino alla linea di partenza e, mentre centinaia di persone si affannano pochi minuti prima dell’inizio, fissa un punto lontano vicino a lui e ascolta quella persona, forse la moglie, che, china su di lui, gli sussurra qualcosa, l'unica che sembra in grado di riuscire a raggiungerlo in quel punto lontano - ; quello di Marco Balho, che con il suo equipaggio ha “scortato” il Solo Rider numero 193 incitandolo per un tratto di percorso verso fine gara. Cosa c’è di più semplice di una domanda? “Vuoi venire a fare la RAAM?” Cosa è più semplice di una risposta ad una domanda? “Sì”. Non so quante volte sia stata ripetuta la domanda; so che otto “sì” hanno fatto in modo che l’ultracycler avesse un equipaggio con il quale partecipare alla RAAM. Dire che le otto persone sono state da subito un equipaggio è mentire. Eravamo otto persone che quasi non si conoscevano; otto persone che non sapevano chi fossero gli altri fino a meno di due mesi prima della partenza, cioè fino a quando non sono iniziati i venerdì sera a casa dell’ultracycler e si è iniziato ad organizzare il tutto. Regolamenti da leggere e imparare, sforzandosi prima di immaginare le situazioni descritte; biglietti aerei da prenotare ma che non si trovano; mezzi da noleggiare che non si trovano; bagagli da organizzare; prove di simulazione di gara; strumentazione da trovare e provare; .... Un momento in cui sembrava che tutto andasse a monte e poi ancora: regolamento, prenotazioni, bagagli, prove ... Ogni venerdì l’una, le due di notte; poi qualche domenica, qualche lunedì ... Infine la partenza per gli Stati Uniti. Quasi una liberazione perchè ci avvicinava alla partenza che aspettavamo da mesi, quella della gara. Dire che le otto persone che sono tornate dalla RAAM sono un equipaggio è la verità. Un equipaggio si compone di persone che si dovranno confrontare con il meglio e il peggio di loro stessi: il meglio lo tira fuori la motivazione e il desiderio di arrivare alla fine; il peggio lo scova la fatica, la mancanza di sonno, le privazioni. Un buon equipaggio è costituito da persone che sanno sfruttare e valorizzare il meglio di ciascuno di loro e che riescono a fare i conti con il peggio di loro stessi. Non importa da quanto si conoscano, che vincolo o che legame li unisca; non importa quanto tempo abbiano passato insieme, quanto si siano conosciuti a fondo prima della RAAM. La gara sa concederti anche il tempo per le confidenze, i racconti, lo scambio violento di opinioni, ... , ci si scruta e ci si conosce. In alcuni casi anche a fondo, complici anche le soste del ciclista. Mentre si aspetta che lui riparta, il tempo, che in altri momenti sembra correre in maniera accelerata, quasi si dilata e succedono moltissime cose. Magari si prende un sacco a pelo, lo si adagia sul prato del giardino di una casa dove stanno già tutti dormendo - infatti, non si vede nemmeno una luce accesa...possiamo stare tranquilli... - ci si distende in quattro, si mangia qualcosa perchè se ne ha il tempo, qualcuno dorme profondamente per pochi minuti, qualcuno chiacchiera guardando il cielo, qualcuno controlla l’orologio. E’ la RAAM a formare l’equipaggio. Ora che siamo tornati lo sappiamo: siamo un buon equipaggio perchè abbiamo saputo gestire il meglio e il peggio che ciascuno di noi è.

III. La gara. Il tempo e lo spazio: "in assenza di tempo e spazio"

La RAAM è un’esperienza unica nella misura in cui fa sperimentare delle consapevolezze nuove, capaci mi mettere in crisi le nostre convinzioni riguardo ad esperienze comuni che riguradano la consapevolezza di sè (di ciò che ci hanno insegnato si chiamano “corpo” e “anima”); il mondo nel quale si è e le leggi che lo regolano; ciò che significa stare insieme agli altri e soli con se stessi; il tempo, lo spazio, la fatica, la veglia e il sonno. La RAAM può dare un gusto nuovo nel vivere questa mutata consapevolezza. L’esempio più chiaro riguarda lo spazio e la distanza tra un luogo e l’altro. Può sembrare paradossale in una gara ciclistica di più di 5000 chilometri, ma è difficilissimo rendersi conto di quanti chilometri si siano percorsi. Sembra quasi di stare sempre fermi. Una delle domande che ci facevamo spesso era: “ma veramente abbiamo già fatto così tanti chilometri?” Anche se i paesaggi cambiano spesso e in maniera violenta durante la giornata, non è il mutamento a dare il senso della distanza tra due punti; è il fermarsi in un luogo e il ripartire che dà la misura della distanza. Superfluo dire che fermarsi e ripartire è un lusso che si cerca di evitare in gara. Qualcosa di simile accade anche con il tempo: "da quanto non dormi?", "da quanto non mangi?", "Era buio ma ora il sole è alto", "Troppo tempo...". Il tempo: quanto tempo, quanti giorni? Quasi impossibile dirlo se si perde la ritualità dei gesti (lavarsi, mangiare, ... ). Chi conta il tempo per noi? Me lo chiedo guardando questo ultracycler di 82 anni mentre mi spiega che, abitando a Long Beach, per lui è molto più comodo andare ogni giorno in bicicletta.

IV. Risposta?

La RAAM è il luogo fisico e mentale nel quale si fa esperienza del fatto che nessuno sa cos’è capace di fare fintantoché non si alza e lo fa; è il posto dove si fa esperienza del fatto che sono le cose più semplici e scontate quelle che richiedono maggior attenzione, quelle che sono più difficili se le si vuole compiere bene: mangiare/nutrire; bere/far bere; parlare/comunicare; lavarsi; muoversi; prendersi cura di sé e di un'altra persona. La RAAM è esperienza di semplicità ed essenzialità; anzi, per noi abituati alla complessità, all’eccesso e a molto superfluo in ogni cosa, la RAAM è un difficile esercizio di semplicità: di cosa hai veramente bisogno? Questo è il punto di vista di una donna qualsiasi, totalmente estranea al mondo dell'ultracycling; una donna che si è trovata per caso e ha scelto di essere membro dell'equipaggio di un ultracycler impegnato nella RAAM. Il punto di vista dell'ultracycler si trova nelle sue dichiarazioni pubbliche, si trova nei dati tecnici che descrivono la sua prestazione, nella sua strategia di gara, nei suoi allenamenti prima della gara ... Il punto di vista dell'uomo che è ultracycler resta in buona parte celato. Vi è, però, una certa luce nei suoi occhi che è il riflesso delle luci del deserto; il riflesso di quelle luci che, allo sfumare del primo giorno, emergono dalle dune incandescenti che il tramonto cerca di ingentilire adagiando sulle loro curve un manto color malva, affinchè siano protette nell'incontro con la fredda e ventosa notte. Per chi voglia cercare, per chi abbia la pazienza delle dune del deserto e il gusto dell'attesa, nelle luci del deserto riflesse nei suoi occhi c'è il punto di vista dell'uomo. Non chiedetegliene ragione. Andate nel deserto di giorno, vivete la terra e l'aria mentre bruciano, sognate e sperate anche voi che arrivi il momento in cui il sole che tramonta prepara le sue dune per la notte, e guardatele quelle luci. Attendete quell'attimo tra il tramonto e l'imbrunire, quell'attimo del giorno che è senza nome, e guardatele anche voi. Le vedete quelle luci là in fondo? Alla fine solo questo mi sento di poter rispondere alle tante domande sul perchè della RAAM e mi sembra che nel farlo risponda il deserto stesso, così come si è offerto alla mia esperienza: vai, ovunque tu debba andare, affrontando qualsiasi cosa tu debba affrontare, donando attenzione, attesa, cura e pazienza a ciò che ti circonda e a te stesso. Gusta, infine, in un attimo senza nome, la serenità che affannosamente cerchi altrove.