RAAM 2000
Un podio per continuare a sognare Fabio Biasiolo 3° assoluto alla RAAM 2000 Regala all'Italia il primo podio nella storia dell'Ultracycling
La 19° edizione della Race Across America, quella targata 2000, si presentava agli occhi di tutti, rivoluzionaria sotto parecchi punti di vista. Ad iniziare dalla data di partenza, 18 giugno, normalmente si partiva tra l'ultima settimana di luglio e la prima di agosto, quando il sole cocente dei deserti del Sud Ovest raggiungeva la sua massima brutalità. Il percorso poi, invece di essere il classico Coast to Coast: Sud Ovest-Sud Est, tagliava in diagonale gli States partendo da Portland nell'Oregon a Nord-Ovest, per terminare dopo aver attraversato 10 stati (Oregon, Idaho, Utah, Wyoming, Colorado, Oklahoma, Arkansas, Mississippi, Alabama e Florida) a Gulf Breeze a Pensacola in Florida cioè a Sud-Est.
Anche l'organizzazione cambiava completamente padrone, passando dalle mani di Michael Shermer a quelle di Lon Haldeman (vincitore delle prime due edizioni - '82-'83) e Susan Notorangelo (moglie di Lon, vincitrice della RAAM '85 e '89). Rimaneva invece pressoché invariato il numero dei concorrenti iscritti rispetto alle passate edizioni, 23 bikers provenienti da quasi tutte le parti del mondo, inclusa l'unica donna, la fortissima australiana Cassie Lowe, vincitrice lo scorso anno della massacrante Furnace Creek 508. Non essendoci più cactus, serpenti a sonagli e coiote ad accompagnare le notti insonni dei RAAMERS, tutte le attenzioni venivano così focalizzate sugli oltre 31.000 mt di dislivello che bisognava affrontare nei primissimi giorni di gara e sui problemi legati al freddo, all'intensità dei raggi solari e alla rarefazione dell'aria rimanendo per così tanto tempo a quote elevate. Era pure di dominio comune che quei "biricchini" 31 mila metri di dislivello non erano la cifra esatta di fatica alla quale saremmo stati sottoposti poiché dall'altimetria totale era impossibile quantificare le migliaia di saliscendi che si sarebbero incontrati attraversando l'Oklahoma e l'Arkansas, che conditi col caldo umido del Sud-Est ed i forti venti contrari rappresentavano per chiunque una vera spina nel fianco; alla fine saranno 45.000 i mt il dislivello totale affrontati dagli atleti.
Anche il vincitore di quest'anno, l'austriaco della Carinzia, Wolfgang Fashing, è stato incredibile e diverso sotto tutti i punti di vista. Con una prestazione che rasenta l'irreale in un percorso del genere, è riuscito a chiudera la prova in maniera superba ed autorevole. Capacità fisiche e mentali, come pure determinazione e lacume tattico non sono nuovi al fortissimo Wolfgang, ma quello che forse quest'anno è saltato più all'occhio rispetto alle sue passate partecipazioni è stato il fatto che non lo si è visto nei giorni che precedevano la partenza; non lo si è visto alla conferenza stampa e alle interviste di rito; non lo si è visto concedersi agli appassionati che circondano il "Parter dei concorrenti"; è arrivato in ritardo alla partenza; dopo la prima mezza giornata di gara, non lo ha più visto nessuno, tanto andava forte, non si è visto neppure alla cerimonia di premiazione. Cosa dire quando uno va così forte: sicuramente bravo, ma perchè questa totale assenza. Voglia di concentrazione? Desiderio di rimanere fuori e conservare tutte le energie per la gara? Può darsi entrambe, ma non può sicuramente passare inosservato questo totale isolamento.
Contrariamente a quello che succede in tantissime realtà del "mondo dello sport" e della vita, i RAAMERS festeggiano l'avversario/amico, gli scrivono durante l'inverno, gli raccontano delle loro vicende famigliari, lo aiutano se cade dalla bicicletta durante la gara, infischiandosene se perdono tempo prezioso, e tanto altro di profondamente vero e sincero. L'unicità di questi atleti non è rappresentata dal fatto di saper pedalare per 600 km al giorno per 8-9 giorni, senza scendere dalla bici o quasi, in condizioni ambientali ostili anche ai nativi più resistenti di questi luoghi così terribilmente avversi ed affascinanti. Quello che rende diversi questi personaggi è la totale semplicità e normalità con la quale affrontano eventi che la società contemporanea ingrandisce a dismisura o non riesce (troppo occupata dal calcio, pettegolezzi ed altro) a valutarne l'essenza reale o non li considera nemmeno. Quindi Wolfang ti supplichiamo tutti: ritorna con noi, ridacci le stesse emozioni che proviamo nel vederti superare come una gazzella le asperità più dure dandoci il piacere di sentirle raccontare direttamente dalla tua voce. (Wolfang Fashing, come pure tutti gli atleti che sono stati sottoposti ai controlli antidoping durante prima, durante e dopo la gara, sono risultati tutti negativi)
Durante i preparativi invernali circolava, come normalmente accadde, la voce di chi potevano essere i probabili vincitori della prossima sfida. Su tutti primeggiava il nome del fortissimo Danny Chew (vincitore nel '96 e nel '99), oltre a Wolfang Fashing, "THE MAN" Rob Kish, Tom Buckley, Herbert Meneweger, Mark Patten ed il sottoscritto. Rinfrescati dalla brezza dell'Oceano Pacifico, quando gli orologi di Portland segnavano le 7 in punto, i più forti specialisti al mondo di Ultracycling si lanciavano all'inseguimento dell'ultima vittoria del secondo millennio. Dopo sole 45 mila dalla partenza si iniziava a salire verso gli oltre 3000 mt delle Montagne Rocciose dell'Oregon. Il gruppo de migliori rimaneva racchiuso in un fazzoletto di alcuni minuti e solo verso fine giornata Wolfang iniziava a salutare la compagnia.
Contrariamente a quello che succedeva a me ed al mio equipaggio a causa di innumerevoli ed assurdi incidenti, quest'anno ci siamo subito stabilizzati in una posizione a noi pù congeniale. Sin dal secondo giorno in poi rimanevamo tra le 2° e la 4-5° posizione. Questo secondo quanto saputo da me a fine gara, poiché fino al 5° giorno di battaglia non ho mai voluto sapere chi mi precedeva ne tanto meno chi mi seguiva. Come al solito ho deciso di fare la mia gara e solo quando, strategia e tattica, potevano veramente influire sul risultato finale, abbiamo cercato di sfruttare al massimo, in funzione delle mie sensazioni fisiche e mentali, le mie/nostre potenzialità. Per più di ¾ di gara io Danny Chew e Tom Buckley ci siamo alternati tra la seconda e la quarta posizione, sino a due giorni dalla fine, quando il sottoscritto e Danny anno lasciato definitivamente la compagnia. Chew aveva accumulato un vantaggio di 5 ore e 30 minuti a 250 Km dalla fine, e nonostante l'ultima notte ci fossimo dovuti fermare a causa di problemi di sonno e disorientamento che mi impedivano di proseguire, nell'ultima mezza giornata di gara siamo riusciti a recuperare al "Buon Chew", 3 ore e 40 minuti, giungendoli così vicino da soffiargli sul collo. A quel punto dovevo io e solo io prendere una decisione così semplice ma terribilmente importante: continuare a spingere aumentando ulteriormente la mia già elevata andatura (considerando l'ultimo giorno di gara, il caldo umido ed una difficile salita a 100 Km dalla fine), col rischio di andare fuori giri ed accusare un irrimediabile colpo di calore o procedere con quel già terrificante ritmo sperando che i chilometri che ci separavano da Pensacola sarebbero stati sufficienti per agguantare e superare l'amico Danny. Giungeremo alla fine con poco più di un ora di distacco, più (purtroppo) dei minuti di penalità appioppatici dai giudici di gara durante il percorso, per alcune banali infrazioni commesse nel registrarmi al passaggio delle Time Station o per non essermi fermato (un pò cotto dalle fatiche) perfettamente ai segnali di dare la precedenza. Soddisfatti comunque per esserci regaliti ed aver regalato al nostro paese il primo podio nella storia dell'Ultracycling ma soprattutto per aver terminato la competizione in crescendo ed in "buonissime" condizioni fisiche che fanno presagire ancora dei margini di miglioramento per il futuro.


