RAAM 1999

Dal diario di bordo di Fabio

RAAM 1999, 8 giorni 23 ore e 7 minuti per entrare nella storia.

Qualche problema di troppo rovina quello che poteva essere un trionfo, ma non gli impedisce di diventare comunque uno dei pochissimi atleti al mondo, nella storia dell'Ultracycling, capaci di portare a termine i 5.000 km della gara più dura del pianeta in meno di 9 giorni. Le condizioni climatiche ed ambientali sono oramai quelle classiche e caratteristiche dei deserti del Sud Ovest. Ve ne abbiamo parlato in maniera minuziosa per così tante volte, che oramai vi sembra quasi di viverle voi personalmente. Non si riesce a mangiare un gelato in santa pace poichè si scioglie prima ancora che abbiate capito di quale gusto si tratti e qualsiasi oggetto che non sia composto di una materia metallica o solida si deforma umilmente sotto ai colpi battenti dei perpendicolari ed implacabili raggi solari.

Quello che è però l'unico pensiero che occupa la mia mente è: l'essere più veloce possibile, arrivare il prima possibile. Alla mia quarta partecipazione, non siamo qui per dimostrare niente a nessuno, ma solamente per fare tutto quello è nelle nostre possibilità per vincere, non scordandoci però, dal profondo di noi stessi, del rispetto che la Race Across America impone, come pure, della caratura di tutti i partecipanti che lasceranno Irvine (CA), per arrivare in men che non si dica a Savannah (GA), sulla sponda opposta dagli States. Che questa sia la gara in assoluto più dura al mondo, non è un problema che ci riguarda, è entrato oramai nei nostri meccanismi come una delle regole del "gioco", non ce ne dimentichiamo, ma non condiziona nemmeno il nostro modo di agire. Desert Center potrebbe rappresentare per molti il titolo di un fumetto di Tex Willer; per noi in particolare rappresenta la fine del contatto con il gruppo di testa e l'inizio di un calvario che durerà 5 ore. Cosa dire e cosa pensare, dopo due settimane di acclimatamento nel deserto, trascorse per cercare di scongiurare i problemi legati alle alte temperature ed alle conseguenze che ne derivano svolgendo un'attività fisica esagerata in suddette condizioni? Assolutamente nulla, il colpo di calore capita quando vuole, non chiede il permesso ad alcuno e non dà spiegazioni. Non fà sconti a nessuno ed è solo da augurarsi che ti molli il prima possibile senza arrecarti troppo danno. Io come tutti gli altri Raamers, "siamo molto amici di costui", anche se l'odio reciproco pende più dalla nostra parte che dalla sua. Inutile piangere, disperarsi o cercare di continuare per resistergli, rischierei di fermarmi per sempre. Cosa sono in fondo cinque ore di sosta forzata come servizio finale e un drastico rallentamento come aperitivo. Nulla, se non fosse per il fatto che dopo sole 17 ore di gara ci ritroviamo in ultima posizione a 4 ore di distacco dal penultimo e a 8 ore e mezza dal primo. Marco, Antonio, Fabio e Sabrina, Umberto, John, Raffaele e la Roberta sembrano non curarsi della cosa, sono stupito e felicemente meravigliato allo stesso tempo, come se niente fosse mi dicono che il mio aspetto ora è ottimo e mi invitano in fretta e furia a ripartire, ad inforcare la bici: "spicciati, non ti sembra di aver perso anche troppo tempo". In effetti mi sento meglio, afferro di gran lena una delle mie 4 Softride (quella preparata da salita), e porto a termine l'estenuante ascesa che mi aveva visto, umiliato, incapace, costretto alla sosta.

Non abbiamo nulla da perdere, oramai, al diavolo piani e tattiche di gara, spingerò forte, il più forte possibile senza remore di alcun genere ed i "morti li conteremo alla fine". Il nervoso disagio non mi ha consentito di dormire nemmeno un minuto, ma.... poco male sono preparato a saltare la prima notte, di dormire ne riparleremo, forse, il giorno dopo. Prima che l'alba sorga per illuminare il grintoso clima che gironzola in tutto il nostro staff , salutiamo nonostante tutto, la California e con essa il tedesco Jorn Gersbeck , prima vittima del nostro recupero. Ancorchè il sole di mezzogiorno inizi la sua incessante opera demolitrice onoriamo la terra di Arizzona col sorpasso in piena salita dell'inglese, Campione Europeo e vice Campione del mondo di Ultraman, Eric Seedhouse, mentre verso mezzanotte è la volta dell'americano Keith Krombel e del tedesco Udo Bickenbach. In poco più di 12 ore abbiamo recuperato 4 posizioni, mentre il calore è diventato oramai un compagno di viaggio scomodo ma tollerato. Pensieri? nessuto!!! "Avanti tutta con o senza il vento in poppa". Mi sembra di vivere in un' altra realtà, non per effetto della fatica o del caldo, ma solamente per lo stato d'animo in cui mi, e ci troviamo, nei confronti della competizione che ci stava sfuggendo di mano e per la quale decine di persone si erano impegnate a vario titolo per un anno intero. Questo però ve lo confesso solo adesso, perchè là, l'unica fobia che mi spingeva avanti era la sete di cacciare, inseguire, superare chi mi stava davanti, riprendermi quello che mi era stato scippato per poter lottare ad armi pari per la classifica finale. L'ingresso nella desolata, affascinante e meravigliosa Navajo Indian Reservation placca nella giusta misura la determinazione che per un pò aveva preso il sopravvento sull'indispensabile razionalità che questa gara richiede.

Mi fermo finalmente a dormire dopo 43 ore di gara per 1 ora e 15 minuti, dopo di che comincio a spingere forte ed in maniera regolare, riuscendo ad immergermi nel paesaggio che mi circonda (una delle componenti fondamentali per poter continuare la gara senza bruciarsi il cervello). Mentre i ragazzi bombardano tutt'intorno con macchine fotografiche e telecamere, i frutti di questo gran pedalare arrivano col sorpasso degli americani Terry Lansdell, prima e del tenace Ed Kross poco dopo. Non riesco più a contenere la travolgente foga di Marco Putelli, che nel superare il motor home parcheggiato lungo la strada mi grida forsennatamente, a livello orecchie, che il distacco dai concorrenti che ci precedono è di sole 5 ore (solo cinque dice lui). Va sicuramente bene così, se loro sono con la testa ed il cuore nella gara potremo ancora fare molto.

Con l'Arizona oramai alle spalle e 1060 km percorsi nonostante tutto, ci ritroviamo dopo 48 ore di gara in tredicesima posizione col morale alle stelle ed in perfette condizioni fisiche. All'orizzonte appaiono severe ed imponenti le vette più alte del Colorado, e con esse le minacciose nuvole che caratterizzano quasi sempre l'attraversamento delle Montagne Rocciose in questa parte d'America. So perfettamente che nei prossimi 719 chilometri di questo stato, il 70% dei quali tutti di salita od in controvento, ci giocheremo buona parte delle poche possibilità che ci rimangono per agguantare più concorrenti possibile. E' veramente incredibile di cosa sia capace l'organismo umano se supportato da un'inscalfibile motivazione e forza interiore e, nel nostro caso, da un equipaggio che diventa più prossimo ai tuoi famigliari più cari che altro. Solamente dieci ore fa stavamo pedalando a quasi 50 gradi ed ora man mano che si sale di altitudine arriveremo a pedalare a 5-10 gradi se tutto andrà bene. Nell'ascesa ai quasi 3.300 m del Wolf Creek Pass, superiamo a velocità doppia il fortissimo Paulo Saldanha, triathleta professionista, primo canadese a scendere sotto le nove ore in un Ironman, Top 20 finisher all' Ironman delle Hawaii, e prima di raggiungere la Time Station n° 17 di Durango (CO), completamente sotto l'acqua, è la volta del tedesco Hans Jurgen Schmidt. Un ora e 15 minuti di meritato riposo sono quello che ci vuole per riprendere la marcia alla grande. Sopra al Wolf Creek Pass i giudici di gara ci fanno sapere che l'australiano Gerry Tatrai, il vincitore della scorsa edizione e di quella del '93, è transitato 17 minuti prima. Incredibile solamente un giorno e mezzo fa aveva 11 ore di vantaggio su di noi e così dicasi per l'americano Mark Patten, transitato 43 minuti prima di Tatrai.

Mi copro velocemente ma in maniera accurate per poi gettarmi in discesa all'inseguimento dei fuggitivi. Per Patten l'attesa è breve, lo superiamo verso mezzogiorno nei pressi di South Fork (CO, e da questo momento in poi ingaggeremo una battaglia logorroica e furibonda a chi resisterà di più), mentre per l'incredibile australiano, gli sforzi profusi per recuperare mi lasceranno sufficienti energie per continuare in crescendo, ma non abbastanza, nuove disgrazie comprese, per riprendere il velocissimo Gerry. L'ascesa alla seconda grande vetta, il La Veta Pass, 2.800 m, si mostra come di consueto all'apparenza regolare, ma il forte vento contrario che non molla un attimo, costringe i ciclisti a sforzi inumani e a pericolose sbandate. Anche qua in America, per fortuna, dopo una lunga salita segue sempre una velocissima discesa. Giusto il tempo per transitare alla T.S. di La Veta per poi cominciare la scalata agli ultimi lunghissimi ed estenuanti 3.000 m del Cuchara Pass (CO). Giunto in cima esausto ma soddisfatto, iniziamo ad alimentarmi nei lunghi falsopiani che seguono. Tutto intorno si apre un paesaggio meraviglioso amplificato da un sospirato ed incredibile tramonto. I ragazzi mi suggeriscono di non mollare,di continuare a spingere fino al prossimo punto di controllo e solo allora effettuare la sosta sonno. Questa volta decido di dormire solo 60 minuti, ma l'affaticamento di più di tre giorni di gara mi permette ora di dormire, finalmente, immediatamente ed in maniera profonda (fase Rem, del sonno), dandomi la sensazione al risveglio di aver riposato per chissà quante ore. Nel frattempo l'americano Patten ci risupera, ma cosa ben più grave sarà, trenta minuti dopo aver ripreso la marcia, verso le 2 del mattino, vederci costretti ad una distruttiva ed imprevista sosta per di un incidente stradale causato da un gigantesco camion ribaltatosi in mezzo alla strada in maniera tale da ostruire senza via di fuga entrambe le carreggiate. Non sapendo chi ringraziare non ci resta altro che aspettare che i soccorsi,dopo circa un'ora di incessante lavoro, ci diano la possibilità di riprendere la marcia, ritrovandoci così alla T.S. successiva, Patten avanti di un ora e 47 minuti. Come se nulla fosse si volatizza così il lavoro di un' intera giornata di inumano inseguimento, sia dagli immediati fuggitivi che dai primi in classifica. Se però qualcuno pensa che dopo le preghiere del primo momento, ci fossimo abbattuti più di tanto, si sbaglia di grosso. Abbandonato definitivamente il Colorado entriamo nell'umidissimo e caldissimo Oklahoma, disgrazia di quanti affronteranno i suoi interminabili avvallamenti in controvento, privi di energia, demotivati o non in grado di contrastarne efficacemente le terribili condizioni climatiche ed ambientali.

Di tutta risposta a quel maledetto camion copro i successivi 575 km, senza mai scendere dalla bici a quasi 30 km/h di media, durante i quali risuperiamo, verso le 3 del pomeriggio "Mr. Patten", distaccandolo a fine giornata a più di 4 ore, e verso il tardo pomeriggio, l'incredibile belga Richard Avallone. Sono sempre stato profondamente convinto che la scarogna non esiste, che siamo noi stessi a crearci situazioni od eventi fortunosi, in funzione di quanta determinazione, volontà e desiderio imprimiamo a noi stessi e di conseguenza alle nostre azioni. Ho sempre fatto mio il pensiero che: più determinato e convinto sarò, più positive ed efficaci saranno le mie azioni Non ho mai creduto di rifugiarmi nell'essere incappato nella sfortuna per giustificare un qualsiasi insuccesso, anche se umanamente, risulta spontaneo pensare che quando qualche cosa va storta, non dipende da noi ma da......... Ed ecco che allora.... verso le prime ore del mattino, dopo aver coperto 555 km (recuperando così per la prima volta sulla tabella di marcia nonostante il gap iniziale), mi concedo i rituali 75 minuti di sonno profondo all' interno del motor home. Per facilitare questa importantissima operazione, un membro dell'equipaggio si stende sul bordo della strada per riposare anch' egli, attirando così l'attenzione di una pattuglia della polizia. Questi, "forse un pò presi dalla parte" si fermano, entrano nel camper e cominciano a guardare tutt'intorno. In fretta e furia come al solito, stò per infilarmi le scarpe e non sapendo del fatto, piuttosto energicamente saluto per riprendere la marcia. Uno di quei classici sceriffi un pò panciuti mi blocca dicendomi che sono sotto la sua giurisdizione e responsabilità, che il mio aspetto non sembra affatto buono (e ci credo). Ogni tentativo per convincerlo che sto bene e che il mio aspetto un pò strano non deriva altro che dalle fatiche della gara e dalle privazioni del sonno, risulta vano.

Mi obbliga così ad attendere l'ambulanza, rilasciandomi solamente quando i dottori gli avranno fatto capire che sto bene. Non vi sembra pazzesco? Perdita di tempo effettiva (visto che non ho nemmeno potuto sfruttare l' attesa dormendo) e tempesta di nervoso compresa ci costeranno circa 5 ore. Come una bestia ferita inizio a pedalare in maniera folle. Chiedo ansiosamente cosa sia successo nel frattempo, anche se mi rendo perfettamente conto dei danni subiti. Cominciano a gridarmi: "sicuramente te li ha mandati qualcuno", e quasi come un automa inizio a spingere energicamente, come se quanto successo fosse un iniezione di energia. Patten ripassa davanti di 1 ora e mezza circa, ma non ci preoccupiamo più di tanto, mentre il recupero attuato sui primi, sarà per l'ennesima volta, un ricordo da dimenticare. Come se non bastasse verso metà pomeriggio il verificarsi di varie fatalità, porta i ragazzi a sbagliare strada, perdendo così quasi un'altra ora. A fine giornata avrò percorso solamente 475 km, segno evidente del tempo e dei chilometri persi, ritrovandomi esausto più che mai. Alla T.S. n° 41 di Brinkley, la penultima dell'Arkansas, c'è la possibilità, da parte dell'equipaggio e anche mia, di fare una doccia normale e di dormire 75 minuti in un letto altrettanto normale in un motel lungo la strada. Non essendoci in una gara del genere grandi possibilità di tempo da dedicare ai massaggi, sfruttiamo i pochi minuti di sonno che mi concedo, per effettuare dell'elettrostimolazione defaticante al fine di dare un pò di sollievo ai muscoli dilaniati dagli sforzi. L'operazione si è resa possibile solo a partire dalla terza notte di sonno in poi, cioè, solo quando sono riuscito ad addormentarmi nel giro di pochi secondi ed in maniera talmente profonda che solo i "cannoni di Navarone" avrebbero potuto svegliarmi.

La risposta a quanto successo ha come caratteristica, questa volta, la percorrenza dei 104 km che ci separano da West Memphis a 40 km/h di media, dopo di che dovremmo perdere, come tutti, più di un quarto d'ora per attraversare il Misissipi River. Nonostante l'afa soffocante continuo a spingere forte nell'incredibile alternarsi delle salite e dei falsopiani del Tennessee. Mi suggeriscono di rallentare (sono convinti sia impossibile prendere il Japponese Sakurai a 10 ore e "Il Mito" Rob Kish a più di 6), ma mi sento troppo bene per poterli ascoltare, inoltre continua a perseguitarmi la maledetta "fobia di cacciare" . Quattro ore più tardi superiamo in salita l'austriaco Meneweger e per l' ennesima volta ci lanciamo all'inseguimento di Patten. Incredibilmente, due ore dopo riusciamo a prendere Rob Kish (14 RAAM all'attivo, 3 vittorie, ed altrettanti secondi e terzi posti). Tutto l'equipaggio sembra impazzito, mentre imperterrito continuo ad inseguire. Alla T.S. di Deschard (TN), ho bisogno di dormire. Decidiamo di prolungare il riposo a 90 minuti poichè, se sarò in grado di resistere tenteremo di tirare diritto per le prossime 36 ore, cioè il tempo necessario per giungere a Savannah. Verso l'alba superiamo definitivamente Mark Patten, col quale abbiamo lottato per quasi tutta la gara, ma solo alla fine sapremo, con molto dispiacere, del suo ritiro a 480 km dall'arrivo a causa l'esaurimento psicologico, dell' incapacità cioè da parte della sua volontà di eseguire qualsiasi movimento abbia a che vedere con quanto fatto fino ad allora (uno dei problemi più gravi da superare in questo tipo di gare). Abbandoniamo definitivamente il Tennessee per affrontare le difficoltà dell'ultimo stato: la Georgia, rappresentate principalmente dal superamento dei monti Appallachi. Appena dopo Chattanooga, mi comunicano che ora, Kaname Sakurai è a meno di 4 ore, ma non riesco a sentirli. Spingo forte e deciso ma col mio passo. Il termometro segna quasi 45° C e l'umidità è oltre il 100 %. L'interminabile salita che porta a Dawson County è di quelle "da rimpiangere di essere nati" , magari la si potesse scambiare con i 3.300 m delle Montagne Rocciose del Colorado che per quando dure, massacranti e prive di ossigeno, regalano sempre temperature di 40 gradi più fresche. A Gainesville superiamo, oramai senza stupore, il giapponese Sakurai. Siamo ora 5° assoluti, mentre mancano ancora 435 km al traguardo. Il percorso che segue viene presentato dagli organizzatori per buona parte in discesa, ma dopo 4.500 km ci si aspetterebbe una discesa da non sfiorare nemmeno per un attimo i pedali, ed invece, i continui avvallamenti, ti costringono a spingere per poter ottenere un abbrivio sufficiente a superare il ripido, anche se breve, avvallamento successivo. Gli ultimi 200 km poi, sono rappresentati da un rettilineo demenziale a cornice del quale sono posti centinaia e centinaia di giganteschi alberi e come se non bastasse Savannah si presenta quest'oggi con la solita umidità,ma con 49° C di sole bollente. Sono ore che non chiedo più informazione e lo stesso avviene da parte di tutto l'equipaggio, mi accorgo che stò continuando ad andare forte anche se sento venire meno la mia lucidità mentale per il fatto di non aver dormito da due notti a questa parte. Ma più si avvicina la fine e meno avverto le sofferenze. L'ultimo "regalino" ci viene offerto a 30 km da Savannah, dove stanno asfaltando la strada e ovviamente ci dobbiamo fermare per attendere il nostro turno di passaggio. Cosa dire però se davanti al traguardo troviamo ad accoglierci due amici americani di vecchia data oltre a Mario Putelli e la Melissa partiti apposta dall'Italia? Oltrepassiamo la Finish Line di Savannah al 5° posto assoluto, col tempo di 8 giorni, 23 ore e 7 minuti che ci vale un posto nella storia dell'Ultracycling come uno dei pochissimi atleti che siano mai riusciti a concludere la RAAM in meno di 9 giorni. Ci ritroviamo a 15 ore di distacco dal vincitore e a 6 ore dal 4° in classifica. Abbiamo perso più di 12 ore in incredibili vicissitudini di ogni tipo dormendo in totale 7 ore e 30 minuti. Potremmo esser ancora qua, come solitamente accadde agli atleti troppo agonisti, a piangere sulle opportunità perdute e a cosa avremmo potuto fare se............................ nossignori,siamo convinti che il 5° posto di quest'anno vale come una vittoria, per la determinazione, il coraggio, la spregiudicatezza, la passione ed il cuore che tutti noi abbiamo gettato in questa gara. Componenti che uniti tra loro rendono i legami affettivi e le esperienze vissute indissolubili per tutta la vita.

CACCIATORI DI SOGNI

Antonio Monopoli Crew Chief di Fabio Biasiolo

Ricevono pochi applausi ma rendono possibile l'impossibile, rispondono al nome di "Crew Members", e le loro fatiche, il loro sudore, la loro determinazione ed il loro coraggio, non sono meno determinanti di chi pedala. L'atleta che pedala, solo. Solo con la sua fatica, le sue motivazioni, la testa che cerca di vincere la spossatezza, la nausea dei chilometri, la strada che non finisce mai diritta davanti a noi. Totalmente dipendente poi dal proprio equipaggio, sorta di cordone ombelicale che in pratica deve fare in modo che l'unico pensiero dell'atleta sia quello di continuare a pedalare, di andare avanti. Esseri umani che rappresentano insomma il tramite col mondo "esterno". Molti di noi erano alla prima esperienza in eventi di questo tipo (nonostante alcune simulazioni effettuate durante l'anno), e non tutti conoscevano gli altri membri dell'equipaggio: di sicuro, eravamo li perchè profondamente amici di Fabio,e, in cuor nostro, spinti da un sano agonismo per provare ad essere assolutamente all'altezza della situazione. Ed in effetti, così è stato: il gran risultato (8 giorni, 23 ore e 7 minuti), ci vede totalmente protagonisti, avendo dimostrato anche agli specialisti americani cosa significa essere una crew "very dedicated". Nonostante quello che si possa pensare, l'idea di vacanza, è in ogni modo totalmente lontana dalla RAAM: resta intanto il fascino mitico ed indiscutibile della coast to coast, ma poi dominano fatica, stanchezza, sudore e insonnia, su tutti. L' assistenza sull'atleta deve essere totale in qualunque momento della giornata: tre membri dell'equipaggio (che deve essere composto almeno da sei persone), seguono il ciclista con un mezzo (tipo monovolume), denominato pace vehicle, solitamente per due o tre Time Station (punti di controllo), circa 2-300 km. I tre hanno compiti distinti : chi guida, chi si occupa della lettura del road-book (e quindi della navigazione) e l'alimentarista che, nei sedili posteriori sfruttando spazi opportunamente ricavati all' interno del veicolo, prepara tutto ciò che l'atleta ha bisogno (Fabio da questo punto di vista ci dà sempre un gran da fare, con le sue super richieste di panini con salmone, alici, melone o anguria tagliati a cubetti, ma non troppo grossi, di borracce riempite solo a metà riscaldando l'aria già torrida con espressioni spesso colorite se, a suo giudizio, troppo piene). Gli altri "members", contemporaneamente, devono precederci di 6/8 ore, tempo necessario per tutti gli approvvigionamenti di cui abbiamo bisogno (ghiaccio, acqua e tutto quello di commestibile e bevibile, secondo i nostri gusti, si può trovare nei supermercati americani), cercando soprattutto di riposare il più possibile: Seguire un atleta di primo piano come Fabio, che pedala per 22/23 ore al giorno, non da alla crew un attimo di tregua, tutto deve essere eseguito alla massima velocità (rifornimento di carburante, eventuali cambi ruota, turnazione degli equipaggi nei veicoli ecc.), con la minima perdita di tempo. Nel volgere di soli tre giorni di gara, i ritmi di sonno-veglia, fame-sazietà, vengono completamente scardinati dalla polvere delle "blue-highways" americane: non è esagerato dire "non mi ricordo che giorno è", fare colazione con carne secca (tra l'altro buonissima) e birra (tassativamente analcolica) alle cinque del mattino. La percezione di ciò che ci circonda è condizionata soprattutto dalla stanchezza ; l'ambiente, i paesaggi che attraversi a 30 km/h, riescono piano piano a farsi odiare: non sopporti più i 50° del Deserto Californiano ; gli infiniti rettilinei dell'Oklahoma ti danno sensazioni da "vertigini orizzontali", le zanzare dell'Arkansas ti segnano braccia e gambe per settimane e l'umidità del Sud-Est ti fa sperare di arrivare a Savannah prima possibile.

Ma ciò che rende la RAAM tale da essere ricordata per la vita, è l' esperienza del lavoro e della via di gruppo: una crew affiatata è composta anzitutto da persone intelligenti, supera i quotidiani momenti di tensione e nervosismo tra membri stessi o tra equipaggio e ciclista (e Fabio non è certo una "bestia" facile con cui trattare), soprattutto se la parola "grazie" è la più usata in ogni istante, e ricordando che il fine ultimo della gara è arrivare. Ambire al traguardo in tempi brevi diventa poi una reale esigenza fisica; la stanchezza soprattutto, segna notevolmente la capacità di agire e nelle lunghe notti di guida, per non addormentarsi, non basta ascoltare musica a tutto volume e bere caffè, devi prima di tutto sentire "molto vicino" l' amico che con te è sveglio: parlare di qualsiasi cosa, ad alta voce, è una necessità per sconfiggere la "scimmia" che da un pò ti "cammina sulle spalle". E' in questi frangenti, durante le infinite chiacchiere (e confidenze), che i rapporti umani si consolidano in autentica amicizia e ti portano a dire al termine della gara che quello che più ricordi non è il paesaggio, sicuramente stupendo ed indimenticabile, ma l'esperienza del gruppo. Tornare alla RAAM? Qualche settimana fa (troppo stanchi) avremmo risposto "NO"! Ora...beh, ci possiamo pensare!

Antonio Monopoli