Race Around Ireland (15-21 settembre 2009) Resoconto di gara. Con alcune osservazioni sull’ultracycling e le gare di ultracycling (Sara Taglialatela)

Il 18 settembre 2009 nei pressi di Kinsale, nella Contea di Cork, Fabio ha raggiunto i tre obiettivi stagionali: vincere la Coppa del Mondo di Ultracycling, la Coppa Europa e la Ultra Cup. Mentre raggiungeva questo triplice obiettivo era in testa alla Race Around Ireland. La RAI è una gara di ultracycling valevole come Prova di Coppa del Mondo e, per la sua lunghezza (1350 miglia) e la difficoltà delle strade che si percorrono, seconda come impegno e difficoltà solo alla Race Across America e per gli stessi motivi sicuramente la gara più importante in Europa. Il percorso parte da Navan, piccola città della contea di Meath a una sessantina di chilometri da Dublino, e punta subito a nord-est verso Belfast, attraverso l’Irlanda del Nord e lungo le coste del paese, fino a toccare a nord-ovest il punto più a nord dell’Irlanda, capo Malin. Doppiato Capo Malin si scende verso il Connemara, giù giù fino a Capo Mizen, il punto più a sud dell’Irlanda e da qui, proseguendo verso est, si inizia a risalire verso Dublino e Navan. A differenza di quanto si possa immaginare il territorio dell’Irlanda è ricco di catene montuose che, se non sono famose per l’altezza delle proprie vette, sono indimenticabili per la loro pendenza: Cooley Mountains, tra la partenza e Belfast; Gap of Mamore; Gap of Dunloe; Turners Rock; St. Patricks Hill; il tratto di strada verso Mahon Falls; Mount Leinster; le montagne di Wicklow e altri punti senza nome, semplicemente “climbs” nel Route Book. La maggior parte di questi tratti di percorso presentano salite che raggiungono anche il 25% di pendenza. La gara segue strade secondarie, spesso vicoli persi nella campagna irlandese, dove i ragazzini si divertono a giocare con i cartelli stradali, nascondendoli o cambiandogli direzione. Il manto stradale è pessimo, come lo è sempre nei viottoli di campagna: sassi, buche, erba … La più grande fortuna che può capitare è che il tempo sia clemente: che non piova e non soffi il vento, che rendono così famoso il cielo d’Irlanda. Siamo pieni di soddisfazione per come abbiamo condotto la gara. Fabio ha corso ininterrottamente per 50 ore, ha dormito un’ora e 25 minuti, ha ripreso e continuato a correre fino alla 72^ ora. I suoi tempi di passaggio alle Time Stations sono sempre stati di gran lunga inferiori alle previsioni fatte dagli organizzatori della gara e da chi ha ideato e studiato il percorso, e nonostante tutte le difficoltà e gli ostacoli che abbiamo incontrato. Siamo soddisfatti per il lavoro fatto da tutto l’equipaggio: sei persone in due mezzi (cinque delle quali senza alcuna esperienza in eventi di ultracycling) e nessun camper, ma siamo riusciti comunque a gestire delle soste in albergo durante le notti in modo da far riposare e lavare comodamente l’equipaggio ogni giorno. Cosa ci ha ostacolato prima e fermato poi? Cosa ci ha impedito di coronare i successi stagionali con la vittoria della Race Around Ireland? Le gare di ultracycling si svolgono su strade aperte al traffico e lungo un percorso definito dagli organizzatori che dev’essere seguito minuziosamente, pena la squalifica. Sono gli organizzatori a preparare gli strumenti che guidano il ciclista e il suo equipaggio lungo il percorso. Questi strumenti sono: il Route Book (una descrizione dettagliata delle strade e delle svolte da seguire) con mappe altimetriche e stradali; indicazioni lungo il percorso (che può essere segnato a terra o con cartelli); file per la navigazione con il GPS. Ho elencato questi strumenti di navigazione in ordine di importanza e priorità, cioè se c’è una discordanza tra questi è il Route Book con le mappe che deve essere seguito fedelmente, anche se il GPS ti indica un’altra strada. Il Route Book della RAI è stato cambiato dieci giorni prima dell’inizio della gara e, nonostante i nostri ripetuti solleciti mentre organizzavamo la gara, non abbiamo ricevuto mappe altimetriche e stradali se non dieci minuti prima della partenza (anche i file definitivi per il GPS erano pronti solo allora). Si è presentato un ragazzo mentre aspettavo nel van vicino alla linea di partenza, ha aperto la porta e mi ha messo tra le mani un pacco di fogli alto più di 30 centimetri e mi ha detto: “Queste sono le mappe. Spero sia tutto a posto perché abbiamo fatto in fretta e non abbiamo verificato. Guarda che non ci sono quelle dell’Irlanda del Nord perché non abbiamo ricevuto l’autorizzazione dal governo”. Ha chiuso la porta e la gara è iniziata. Ho giusto avuto il tempo di numerare i pacchetti di fogli, i “fascicoli dell’enciclopedia”, che componevano il plico, per evitare che venissero confuse le Time Station, visto che non avevano scritto nemmeno a quale sezione di gara si riferiva ciascun gruppo di fotocopie. Ogni pacchetto di fogli conteneva: una pagina con la mappa altimetrica della sezione e tre o quattro fogli con le mappe del percorso. Le mappe stradali erano molto più dettagliate di quella che avevamo portato con noi dall’Italia, ma praticamente inutilizzabili perché, fotocopiate in bianco e nero, non si riusciva a distinguere il percorso di gara dalle altre strade. Non ci restava che affidarci al Route Book. Fin dalle prime sezioni di gara, però, è stato chiaro che era pieno di errori: erano indicate svolte in strade che non c’erano; proseguire dritto dove c’erano congiunzioni a T; uscite delle rotonde che non esistevano o non coincidevano con la direzione da seguire. Gli stessi errori erano riportati sui file del GPS, perché chi seguiva anche il GPS oltre a il Route Book si è più volte trovato nelle stesse strade dove arrivavamo noi. Il regolamento prevede che ogni volta che si sbaglia strada si torni indietro, ci si riporti sul percorso e si riprenda da quel punto. Spesso siamo andati avanti e indietro, compiendo molte più miglia di quante poi risultino quelle percorse nei dati ufficiali definitivi. Questa imprecisione e questi errori hanno causato problemi a tutti, giudici compresi, anche loro messi in difficoltà nell’individuare il percorso e costretti a chiedere agli abitanti del luogo dove si trovasse la strada che dovevamo prendere. Vedere che anche chi dovrebbe avere le redini della situazione brancola nel buio genera confusione, insicurezza, sfiducia. Abbiamo deciso di ritirarci dopo una telefonata degli organizzatori che ci comunicavano che c’era una possibilità che non fossimo sul percorso (non la certezza, una possibilità), che c’erano due macchine di giudici che stavano proseguendo su strade diverse cercandoci, ma che forse avremmo potuto essere sulla strada giusta, semplicemente in un altro punto. Ci consigliavano di tornare indietro, quasi all’ultima Time Station registrata e riprendere da lì, anche se non erano sicuri che avessimo sbagliato strada. Avremmo anche potuto andare avanti e indietro sulla stessa medesima strada, perdendo tempo e accumulando altre miglia sulle gambe e solo per un loro dubbio non verificabile, perché i giudici non ci trovavano. Abbiamo deciso, nonostante fosse una follia dal punto di vista della strategia di gara, di fare come ci dicevano, di tornare indietro. Ma lungo la strada abbiamo trovato il nostro secondo mezzo. “Siete arrivati qui seguendo il Route Book?”, abbiamo chiesto all’inglese e all’irlandese che erano nel nostro equipaggio. “Sì”, ci hanno risposto. Allora, forse, non avevamo sbagliato strada ed eravamo su quella giusta? Abbiamo chiamato di nuovo gli organizzatori perché ci dovevano delle spiegazioni chiare: se ci volevano far tornare indietro di quei chilometri dovevano assicurarci che sapevano cosa ci stavano facendo fare e perché. Non sono stati in grado di fornirci una risposta che non fosse: non possiamo garantirvi che siete sulla strada sbagliata, da quanto ne sappiamo potreste anche essere sulla strada giusta, provate a tornare indietro. Intanto erano già passate quasi due ore dalla registrazione all’ultima Time Station e noi eravamo in balia del caso. In pratica quello che è successo è che chi aveva la responsabilità di controllare e dare certezze chiedeva a noi di rivestire anche quel ruolo. Così come era successo il giorno prima. Il pomeriggio del 16 l’inglese, l’irlandese e io siamo arrivati alla Time Station 6 (Sligo) due ore prima di Fabio. Circa quaranta minuti prima che arrivasse Fabio sono arrivati tutti i mezzi del ciclista che ha poi vinto la gara (aveva un equipaggio di 19 elementi, due camper, due moto, un furgone e una station wagon, che era il mezzo principale, quello autorizzato a seguire sempre il ciclista alla sua andatura). Non appena li ho visti sopraggiungere sono uscita dalla macchina e ho aspettato con gli altri due membri dell’equipaggio che arrivasse il ciclista: se i suoi mezzi erano tutti lì, lui non doveva essere molto lontano. C’era molto traffico a Sligo e ho pensato che, non riuscendo a seguirlo, gli avevano dato le indicazioni per procedere da solo e fossero venuti avanti ad aspettarlo. Dopo poco i mezzi hanno iniziato a muoversi, alcuni in direzione della Time Station successiva e altri tornando indietro su quella che si concludeva nel punto dov’eravamo; dopo pochissimo i mezzi hanno iniziato a tornare indietro e per una decina di minuti sono andati avanti e indietro su quella strada. In tutto non erano passati più di quindici minuti. Ho chiamato subito il quartier generale della gara per sapere a che ora avesse registrato il suo passaggio alla Time Station 6 quel ciclista e mi hanno risposto che aveva registrato venti minuti prima della mia telefonata. Non era vero: eravamo lì e non era passato nessuno. C’era stata solo una gran confusione di mezzi che andavano su e giù per la strada con l’intenzione evidente di creare confusione. Ho denunciato quanto accaduto e il Direttore di gara ha contattato immediatamente l’equipaggio dell’altro ciclista. La spiegazione che hanno dato è stata che si erano persi e che, quindi, avevano portato in macchina il loro ciclista già nella sezione di gara successiva. Stavano riposando dieci, quindici chilometri più avanti. Per questo gli è stata assegnata una penalità di quindici minuti. Il modo in cui è stata risolta la faccenda è molto discutibile. Il regolamento ultracycling prevede che il ciclista segua con precisione il percorso e che passi attraverso tutte le Time Station. Se il ciclista esce dal percorso deve comunicarlo e dare spiegazione; poi deve riportarsi al punto dove è uscito dal percorso (supponiamo perché ha sbagliato strada) e riprendere da qui. In ogni caso, il passaggio delle Time Station è obbligatorio. Assegnare solo una penalità a quanto accaduto è troppo poco, perché: non si sa quale effettivo guadagno ci sia stato in termini di tempo impiegato e di chilometri percorsi sulla bici (sappiamo dov’erano quando sono stati contattati, ma non sappiamo dove si fossero “persi” e a quale distanza fosse quel punto da dove si stavano riposando); non si è dato alcun peso al fatto che una Time Station fosse stata saltata a piè pari. Altri casi strani sono successi, dei quali gli organizzatori non hanno tenuto alcun conto e non hanno intensificato i controlli, secondo quanto avevamo esplicitamente richiesto. Queste situazioni, nelle quali si incrina la fiducia in chi dovrebbe garantire il corretto andamento della gara, gravano sulle gare quasi più dei chilometri che restano da percorrere. Nonostante gli allenamenti, l’esperienza, la familiarità con quanto accade nei giorni di gara, l’ultracycling è una pratica che assorbe e richiede tantissime energie da spendere nella concentrazione necessaria per compiere quei gesti semplici ma precisi di cui ho parlato altre volte. Questo sia per il ciclista che per il suo equipaggio. Per riuscire a fare questo è importante e imprescindibile che siano garantite delle condizioni di base che riguardano la sicurezza di tutti e il corretto svolgimento della gara. Quando chi deve svolgere questo ruolo non lo fa o ha difficoltà a farlo nel modo migliore si genera il caos. Ci siamo ritirati perché gli obiettivi stagionali erano stati raggiunti e perché non volevamo che tutto il resto rovinasse la nostra soddisfazione e i festeggiamenti per quanto fatto in quest’anno e durante la gara in Irlanda. Che è stata una grande gara da parte nostra: da parte di Fabio, che ha corso per 50 ore prima di fermarsi, mettendo in dubbio quanto sostiene la scienza a proposito del limite massimo di 36 ore oltre il quale il corpo e la mente, se non riposati, perdono la loro efficienza; da parte dell’equipaggio, che ha collaborato per l’obiettivo comune, al di là dei disagi e dell’impegno fisico e mentale richiesto. Ci siamo ritirati perché siamo convinti che l’ultracycling non sia e non debba essere inteso come uno sport massacrante o come una prova di disumana forza fisica. L’ultracycling, come tutte le discipline di resistenza, è prima di tutto un’esperienza e una prova di intelligenza: nel gestire energie, risorse, obiettivi, speranze, pregi e difetti. Di tutto e di tutti.

Prime notizie dalla Race Around Ireland

Ricevo e pubblico dalla Crew Chief di Fabio: "Gli obiettivi di quest'anno erano: Coppa Europa, Coppa del Mondo e Ultra Cup. Durante la gara abbiamo ricevuto la certezza matematica che tutti gli obiettivi della stagione erano stati raggiunti e così, a fronte di errori dovuti a poca precisione nella compilazione del Route Book e delle mappe altimetriche, davanti a permissioni inaccettabili fatte al secondo, abbiamo deciso che potevamo fermarci e festeggiare gli obiettivi raggiunti senza farci rovinare la soddisfazione per gli sforzi compiuti in questo anno e in questa gara. Fabio ha dato prova dell'indiscutibilità della sua leadership nel mondo dell'ultracycling e io stessa, che lo seguo ormai da diversi anni, mi stupisco ogni volta per come le sue prestazioni migliorino di gara in gara, segno di un lavoro continuo e costante di alta qualità che porta sempre frutti positivi." Tra qualche giorno il resoconto della gara...

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Il percorso

This route was designed by Joe and Emmet Roche.
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